I capricci più frequenti tra i bambini e come gestirli

I capricci più frequenti tra i bambini e come gestirli


Tre capricci frequenti nei bambini e come gestirli?

Sono molti i comportamenti dei bambini che chiamiamo capricci. Capricci diversi in età diverse. 

Più i bambini sono piccoli e più il capriccio assume la forma di reazione istintiva, incontrollata, di fronte alla richiesta di dover fare o interrompere un’attività.

Man a mano che il bambino cresce i capricci possono assumere una forma più regolata, grazie alle acquisite capacità linguistiche che lo aiutano a esprimere e gestire il proprio stato d’animo.

Tra i capricci più frequenti possiamo pensare a quelli che si manifestano al momento: 

  • di interrompere un’attività di gioco
  • al momento di andare all’asilo o a scuola
  • o al momento di andare a dormire

Alla base di quello che etichettiamo come capriccio in realtà c’è sempre un bisogno o un disagio, che preme per essere riconosciuto.

Tutti i capricci esprimono il dispiacere o la difficoltà che  il bambino vive in quel momento e la cosa migliore che si può fare è di mettersi nei suoi panni e cercare di vedere le cose dal suo punto di vista per capire quale è la difficoltà.

Un capriccio non rappresenta un dispetto contro il genitore ma comunica qualcosa.

Quando fa i capricci perché non vuole smettere di giocare, in effetti sta esprimendo il dispiacere per dover interrompere una cosa piacevole e quello che il genitore può fare è condividere e comprendere il dispiacere, accettandone l’espressione, pur rimanendo fermo nelle decisioni

Quando fa i capricci perché non vuole andare a scuola o a dormire il bambino sta esprimendo la difficoltà di separarsi, la paura e la tristezza di allontanarsi dalle persone care.

Ha allora soltanto bisogno di essere rassicurato, di saper che non è solo e che ha accanto adulti disposti ad ascoltare e aiutare.

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Cristiano Ronaldo, è vero: il lutto di un figlio è il più difficile da affrontare. Ecco cosa accade

Cristiano Ronaldo, è vero: il lutto di un figlio è il più difficile da affrontare. Ecco cosa accade

La perdita di un figlio è riconosciuto come il lutto più difficile da affrontare, in cime alla lista degli eventi più stressanti della vita

“La perdita di un figlio è il dolore più grande che un genitore possa provare”, scrive in una nota il calciatore Cristiano Ronaldo quando annuncia la morte, durante il parto, di uno dei due gemelli che aspettava con la compagna Georgina Rodriguez. Ed è proprio così: la perdita di un figlio è riconosciuto come il lutto più difficile da affrontare, in cime alla lista degli eventi più stressanti della vita. Non sarà di conforto per il calciatore, pensare che di figli ne ha già cinque e altri ne potrà avere ancora in futuro.

Il lutto perinatale (cioè quello per la morte di un figlio, che avviene nell’ultimo periodo di gravidanza o nella prima settimana di vita) è un lutto a tutti gli effetti, anche per un padre. E’ una sofferenza che chiede tempo per essere elaborata e l’attraversamento della tempesta emotiva che l’accompagna.

Il lutto perinatale è la perdita del progetto genitoriale. Il fallimento del proprio compito di accudimento e protezione, con sentimenti di incapacità come se ci fossero passaggi che non sono stati fatti e/o precauzioni che non sono state prese.

La decisione di avere figli oggi è, nella maggior parte dei casi, molto ragionata,all’interno di un progetto più ampio di famiglia, un passaggio importante della coppia. Molto vissuto nella corporeità della gravidanza per le madri e, parallelamente, più nella costruzione di una relazione affettiva graduale con il bambino per i padri. Oggi molto presenti alle visite mediche e alle ecografie e partecipi nell’ascolto del battito cardiaco e della vita che esso rappresenta.

Per entrambi i genitori, la perdita è un esperienza devastante e i vissuti emotivi sono simili, anche se diversi i modi di esprimerli e di affrontarli. Tradizionalmente il lutto maschile si esprime meno attraverso il pianto e la ricerca di conforto e più spesso in comportamenti di evasione, di fuga, dal vissuto stesso.

Un’emozione che tutti i genitori hanno in comune è il senso di colpa. Tutti si sentono in colpa. Un padre e una madre vivono il forte senso di responsabilità per la sicurezza e il benessere del figlio. Ogni difficoltà mette in discussione il loro operato. Per ogni difficoltà che il figlio affronta il genitore se ne attribuisce la responsabilità e la colpa: “cosa ho sbagliato?”, dove ho sbagliato?”. Ancora di più se un figlio si perde, qualsiasi sia la ragione della perdita, e il modo o il momento in cui essa avviene.

La perdita di un figlio inverte l’ordine naturale delle cose, devono essere i figli a seppellire i genitori, non viceversa, e se avviene il contrario, a tutte le colpe che un genitore si può attribuire, si aggiunge quella di essere ancora vivo. Quando muore un figlio, una parte dei genitori muore con lui.

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Smartphone e videogames: l’ossessione per il gioco in rete – III parte –

Smartphone e videogames: l’ossessione per il gioco in rete – III parte –

(segue)

Nella vita quotidiana è pratica comune, a prescindere dal sesso e dall’età, immaginare di essere qualcun altro: i bambini nei loro giochi, gli attori su un palco o davanti all’obiettivo di una telecamera. Chi ha un po’ di immaginazione mette in pratica quello che rappresenta un gioco identitario.

Le realtà virtuali e in particolare i videogiochi hanno aperto una nuova affascinante frontiera per la conoscenza, la sperimentazione e il gioco di se stessi: tale opportunità offerta dalla tecnologia videoludica segue di pari passo l’evoluzione strettamente tecnica e grafica dei prodotti e dei dispositivi, nel senso che i videogiochi, dai primi prodotti costituiti da simboli e luci, hanno presto cominciato ad acquisire importanti connotazioni narrative. Si sono trasformati in storie, fatte di personaggi, ambienti, incontri, emozioni e colpi di scena.

Chi non conosce gli attuali videogiochi, potrebbe pensare che questi siano fonte di isolamento sociale, una stimolazione sterile, un artefatto interattivo fine a se stesso, nel quale un giocatore può chiudersi per ore senza concludere nulla di concreto, ma se questo valeva negli anni ’90, quando il videogiocatore se ne stava da solo davanti al computer col suo gioco single player, oggi è una visione delle cose totalmente inadeguata. Oggi i videogiochi sono più cooperativi. Oltre ai videogame che vengono utilizzati da tutta la famiglia (come la Wii) ci sono i videogiochi online, i MMORPG (Massive(ly) Multiplayer Online Role-Playing Games = giochi di ruolo in rete multigiocatore di massa), dove un gran numero di giocatori può fare esperienza del medesimo mondo fantastico e relazionarsi con gli altri mediante il proprio avatar. Tali giochi possono essere usati anche per fini sociali. Una sperimentazione del 2013 fatta in Italia ha per esempio, utilizzato un videogioco MMORPG per potenziare i rapporti sociali all’interno di una classe e attraverso il gioco monitorato nel contesto scolastico, i ragazzi hanno potuto fare esperienza di ruoli e responsabilità ben precisi, con effetti positivi anche nelle relazioni reali (S.Triberti, L.Argenton, 2013).

“……mentre gioco, la presenza degli altri mi appare nei termini della comunità (nei confronti della quale sviluppo il senso di appartenenza), della partecipazione (che mi muove ad attuale comportamenti di cooperazione/competizione) e della ‘audience’ (le mie azioni vengono riconosciute e/o giudicate dagli altri)………..nessuno mi impedisce di giocare in solitudine e evitare il contatto con gli altri……

Tuttavia, man mano che il gioco prosegue e il personaggio sale di livello (diventando più forte e importante, ….) è pressoché impossibile giocare senza collaborare con gli altri. Infatti numerose avventure…….sono costruite in modo che soltanto gruppi di personaggi, dotati di diverse caratteristiche e capacità, possono svolgerlo per intero con successo.”

Per concludere, le preoccupazioni dei genitori sono legittime, ma quello che hanno di fronte, non è una forza oscura contro cui si devono armare, ma un modo di essere del ragazzo che utilizza il gioco per esprimersi. E dunque il gioco non è il problema in sé, ma solo una sua rappresentazione, un segnale da cogliere per orientare l’attenzione ed eventualmente intervenire e saranno più efficaci tutti gli interventi mirati a ricostruire e capire piuttosto che limitare e vietare.

I genitori di Lorenzo dovranno sospendere l’atteggiamento di giudizio e rimprovero per assumere un atteggiamento più esplorativo del mondo interno di Lorenzo. I genitori di Manfredi dovranno accettare di vivere qualche preoccupazione, per consentire a Manfredi una maggiore autonomia nel mondo reale. I genitori di Paolo dovranno sforzarsi di ricostruire un ambiente familiare più accogliente, capace di sostenere le insicurezze di un ragazzo in crescita.

tratto da: Attaccamenti a Scuola di Mattioli, Di Marzo, Febi, Martirani – edito da Alpes Italia – Roma – 2017

Scuola, questo è il ponte più lungo della storia. Ma così si mettono in crisi le famiglie

Scuola, questo è il ponte più lungo della storia. Ma così si mettono in crisi le famiglie

Le pause didattiche per le festività sono una manna per gli studenti e un problema per i genitori. La rilevanza del problema è direttamente proporzionale all’ordine scolastico di frequenza: più l’ordine è basso, più i genitori sono in difficoltà.

Parliamo dei genitori di oggi che costruiscono famiglie prevalentemente nucleari, a volte monogenitoriali, che gestiscono per la maggior parte da soli l’impegno e le responsabilità della genitorialità. 

La complessità della vita quotidiana rende necessaria una notevole  flessibilità e intercambiabilità di ruoli all’interno della famiglia: i padri tendono oggi a lasciare spazio in alcune delle aree che erano di loro esclusiva competenza, dedicandosi a quelle funzioni affettive che in passato erano delegate quasi totalmente alle madri. Le madri  rinunciano in parte all’esclusività del rapporto con i figli per maggiori possibilità di realizzazione personale all’esterno della famiglia.

Questo cambiamento avviene non senza difficoltà da parte di entrambe le figure. Il tutto si regge su un fragile equilibrio in cui la scuola ha un suo ruolo e quando la scuola chiude l’equilibrio vacilla.

Le scuole chiudono per le festività, per i ponti, per le elezioni ecc.., quello che è appena iniziato dicono che sia il ponte più lungo della storia, le famiglie si sentono abbandonate a se stesse e devono far ricorso a tutte le risorse disponibili, spesso poche: non tutti hanno nonni (o zii, o parenti, o amici,..) che si offrono, o risorse economiche per soluzioni alternative (baby sitter, ludoteche, spazi ricreativi ..) così i momenti che dovrebbero essere di riposo per tutti, per i genitori sono spesso i più faticosi al punto che il rientro al lavoro può sembrare meno pesante.

Per i genitori è importante avere a disposizione reti di supporto adeguate, a cominciare dal nido e dalla scuola materna. La scuola in generale ricopre sempre di più un ruolo di base sicura, che affianca e sostiene la famiglia nel carico di responsabilità e nella costruzione del percorso educativo.

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Facebook, per difendere i nostri figli non servono limiti d’età ma educazione digitale

Facebook, per difendere i nostri figli non servono limiti d’età ma educazione digitale

Sembra anacronistico togliere qualcosa dopo averlo concesso e risolvere il problema della privacy e della tutela dei minoriinnalzando i limiti minimi di età per l’iscrizione. Ma davvero è questo il problema?

Secondo l’articolo 8 dei provvedimenti limitativi che riguarderanno i ragazzi di età compresa tra i 13 e i 15 anni dei paesi dell’Unione europea, gli utenti di questa età diventeranno automaticamente frequentatori abusivi dei social dall’entrata in vigore della nuova normativa nelle prossime settimane. A meno che non ottengano il consenso dei genitori i giovani utenti dovranno accontentarsi di una versione meno personalizzata di Facebook e di condividere molti meno dati personali.

Per certi aspetti non ci sarebbe niente di strano nel potersi muovere liberamente nel web solo con il benestare dei genitori, così come accade per la libertà di movimento nel mondo reale. Purché non si perda di vista quello che è il problema principale, che non è il permesso di entrare o meno e muoversi più o meno liberamente (nei social, come anche nel mondo reale) ma è soprattutto farlo dopo aver acquisito gli strumenti adatti e sapere come muoversi, dove avventurarsi, quali sono i rischi e i problemi che il giovane potrebbe trovarsi ad affrontare, quali cose si possono fare e quali no e così via.

 

Prima che di limiti è importante perciò parlare di educazione digitale e che l’educazione digitale rientri all’interno del progetto educativo del bambino prima e del ragazzo poi, che l’apprendimento del linguaggio digitale inizi in famiglia e prosegua poi a scuola, che gli insegnamenti siano propedeutici e che ci sia integrazione tra le due istituzioni nel percorso di l’alfabetizzazione digitale.

Come prenderanno i ragazzi le nuove limitazioni? Finora hanno sempre trovato modi ingegnosi per beffarsi dei limiti imposti da Facebook e da altri social. Basti pensare che l’attuale limite minimo di l’età per l’iscrizione è di 13 anni, ma già a 10 anni molti di loro sono navigatori più che esperti dei network, con dati e nomi falsi, profilo magari condiviso con altri amici, ecc..

Ritardare l’età di ingresso senza prevedere percorsi di educazione e accompagnamento non fa che spostare in avanti il problema. A 15 anni i ragazzi saranno forse un po’ meno istintivi (?), ma risulteranno indietro rispetto ad altri più intraprendenti e senza strumenti adatti saranno più soggetti a esposizioni incontrollate e inadeguate che i sistemi non mancheranno di sfruttare.

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