Giusto fare i lavoretti per la Festa della mamma se i bimbi non ce l’hanno più? Una riflessione

Giusto fare i lavoretti per la Festa della mamma se i bimbi non ce l’hanno più? Una riflessione

 

Le origini della festa della mamma risalgono all’antica Grecia. Quella di oggi è una mamma che alla possibilità biologica della maternità ha integrato la realizzazione e affermazione personale anche al di fuori della genitorialità, con non poche difficoltà. Su questo sono state già scritte molte cose.

Mi stimola di più il dibattito sulla effettiva necessità di festeggiare la mamma di fronte a donne che magari madri non lo sono diventate pur volendolo o di fronte a bambini che la mamma non ce l’hanno più, perché non c’è più, perché se n’è andata o perché è poco presente. Soprattutto questo secondo caso direi. Non voglio discutere su quanto possa essere giusto o meno la festa in sé, ma stimolare una riflessione su un problema che si pone per esempio a scuola se le maestre vogliono far preparare i lavoretti da regalare alle mamme.

La reazione è spesso quella di evitare, come atteggiamento protettivo verso i bambini mancanti, per paura di stimolare una sofferenza, sottolineare la diversità, creare un danno. In realtà proteggere i bambini dalle loro storie non sembra così funzionale, sarebbe come dire che non sono in grado di elaborare sentimenti di perdita o di abbandono, e questo sì che potrebbe essere dannoso. I bambini non possono e non devono essere protetti dalle emozioni negative, se queste sono coerenti con le loro esperienze di vita. Devono piuttosto essere aiutati ad esprimerle, a manifestare il dispiacere e la sofferenza, a farli defluire.

Guardiamoci dentro e chiediamoci se, nel tentativo di proteggere un bambino dalla sua sofferenza, stiamo davvero esprimendo una sensibilità o piuttosto stiamo proteggendo noi stessi da quella stessa sofferenza. Come anche (ci stiamo proteggendo), dalla personale incapacità di accoglierla, dalla personale incapacità di sostenere e consolare.

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A proposito di puerperio

A proposito di puerperio

Prepararsi alla nascita
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La gravidanza sta giungendo al termine e il parto è imminente. Ci sono alcune cose è importante che la neo mamma sappia.

Il periodo subito dopo il parto, denominato puerperio, è un momento delicato. Molte donne percepiscono notevoli cambiamenti di umore: tristezza, affaticamento, pianto, ansia generalizzata, ansia nei confronti del bambino, confusione, emicrania, insonnia, ipocondria, ostilità verso il partner, ecc…

Sono reazioni disforiche, anche note come baby blues (o maternity blues), spesso vissute come in forte contrasto con il periodo successivo ad un lieto evento.

La aumentata reattività emotiva è molto comune e ha in genere un decorso breve e favorevole tanto che da alcuni antropologi (per esempio Sheila Kitzinger), viene considerata come un aspetto fisiologico del dopo parto, una reazione normale ad un evento importante che la donna anticipa da mesi.

Essere informate sulla possibilità di attraversare questo breve periodo di crisi emotiva durante il puerperio, può aiutare ad affrontarlo meglio.

All’insorgenza della baby blues, concorrono più fattori.

– Il parto implica un notevole stress fisico ed emotivo, è vissuto in genere con ansia, gioia, paura, sentimenti di perdita per il distacco dal figlio e la perdita di unità con lui/lei,……. poi si hanno i primi contatti con il neonato, si può provare incredulità, felicità nel vederlo, qualche volta incertezza nel curarlo e allattarlo. Può capitare di non sentire il bisogno di accudire il bambino, o magari di non sentirlo subito. Difficilmente tante emozioni sono concentrate in un periodo di tempo così breve con un irreversibile cambiamento di ruolo: da adesso in poi si entra nello status di madre, con tutti i sentimenti che questo può stimolare. Ci si rende conto di aver raggiunto un successo, a volte magari con il senso di non meritarselo, che da una parte rafforza l’identità femminile, dall’altra spaventa e mette di fronte a grandi responsabilità in un momento di grande affaticamento fisico.

– L’ambiente in cui si decide di partorire ha il suo peso. La scelta dell’ospedale permette di controllare molte variabili legate alla salute: della mamma e del neonato, nello stesso tempo però ha un costo alto sul piano emotivo affettivo perché i reparti ospedalieri per quanto moderni e orientati dalle più attuali teorie psicologiche e relazionali, non possono evitare di chiedere alla partoriente di assumere un ruolo passivo, al pari di un paziente, di rispondere con prestazioni precise a determinate stimolazioni, senza che lei possa esercitare alcun controllo sulle cose che le succedono e in un ambiente sufficientemente estraneo. Il senso di vulnerabilità emotiva è spesso la reazione psicologica della puerpera che delega alla struttura ospedaliera la gestione della nascita. E’ una scelta che va fatta avendo questa consapevolezza.

– Altre questioni rilevanti riguardano il clima emotivo in cui viene portata avanti la maternità, la qualità del rapporto con il partner, su quanti aiuti può contare e quanto sente di essere sostenuta e protetta in questo nuovo impegno. In questo momento di grande vulnerabilità e potenziale minaccia la donna ha bisogno di tutto l’aiuto, il sostegno, le conferme e l’affetto, possibili. L’aspettativa di aiuto, centralità e comprensione è amplificata e così anche la reazione ad eventuali delusioni. E’ un momento di forte dipendenza affettiva.

– Consideriamo anche che dopo il parto la donna sperimenta:

  • una certa perdita di centralità: non è più al centro dell’attenzione da parte delle persone vicine, come accadeva durante la gravidanza quando era circondata da premure, che ora sono rivolte al neonato;

  • una più o meno intensa preoccupazione per il recupero dei cambiamenti fisici avvenuti con la gravidanza e il parto;

  • le massicce variazioni ormonali successive al parto,ecc,….

Gestire un neonato è un’impresa, il tempo sembra scandito solo dai ritmi del bambino: nutrire, cambiare, cullare, tirare su, mettere giù, la mamma può avere l’impressione che il tempo non le appartenga più e di aver perso il controllo e la responsabilità della propria vita.img_0995

La nascita di un figlio rappresenta un grande sconvolgimento e ne risultano amplificate tutte le caratteristiche personali e relazionali preesistenti. Ci si può sentire vuote e/o troppo esposte e inadeguate se si ha sempre cercato di mantenere una certa immagine agli occhi degli altri; inadeguate come madri per aver partorito un figlio troppo grande o troppo piccolo, troppo brutto o troppo lagnoso, o comunque non perfetto; sole, deboli, inaffidabili, impotenti e sull’orlo della perdita di controllo, se si ha sempre puntato sull’efficienza; indegne di meritare un bambino così, già solo perché il bambino piange, o oppresse dai sentimenti di responsabilità e non all’altezza della situazione con la paura di non farcela.

Il bambino poi sollecita involontariamente certe sensibilità: egli risponde allo stato d’animo di chi si prende cura di lui e può capitare che si addormenti in braccio alla nonna appena arrivata e non con la mamma sfinita, che lo ha cullato per ore. E’ un’esperienza che colpisce profondamente, che non ha a che fare con le capacità della mamma, ma con la sua stanchezza, per questo è importante che durante il puerperio abbia aiuti e sostegno.

La nascita di un figlio carica di tensione anche il rapporto di coppia. Il partner può scoprirsi impotente e arrabbiato, non riuscire ad assumersi subito le proprie responsabilità oppure reagire all’aumento di responsabilità con un aumento dell’attività lavorativa, è un modo di far fronte agli aumentati bisogni familiari. Egli può vivere il figlio come un intruso, sentirsi estromesso, diventare geloso ed esigente, oppure sostituirsi alla figura materna, scatenando le gelosie della mamma  magari trascurandola.

Il puerperio è un momento delicato per l’equilibrio della mamma e della coppia. I problemi sono all’ordine del giorno e continue insidie mettono alla prova i precari equilibri faticosamente raggiunti. E’ però un’importante occasione di crescita e se affrontata in modo puntuale e costruttivo – facendo scelte consapevoli, prevedendo e chiedendo tutto l’aiuto necessario, ricercando ampi spazi di riposo, mantenendo e migliorando la comunicazione con il partner, … – permetterà di articolare e consolidare l’identità personale e di coppia.

La durata e l’intensità delle reazioni emotive ad un evento importante e stressante – come è la maternità – sono legate alla storia e alla reattività personali. Allevare un bambino significa inevitabilmente ripercorrere la propria storia. A volte i problemi sembrano insormontabili perché suscitano emozioni e ricordi legati più al proprio passato che alle richieste del bambino.

Se parto e maternità si inseriscono in una storia di vita dove preesistono condizioni stressanti – per esperienze negative, lutti, immaturità personale, problemi nella relazione di coppia,…- la durata e l’intensità della disforia durante il puerperio ne potranno essere condizionate e diventare cadute dell’umore più importanti che potrebbero necessitare del sostegno di una figura professionale specifica per consentire alla neomamma di riprendere il suo percorso di vita.