Giusto fare i lavoretti per la Festa della mamma se i bimbi non ce l’hanno più? Una riflessione

Giusto fare i lavoretti per la Festa della mamma se i bimbi non ce l’hanno più? Una riflessione

 

Le origini della festa della mamma risalgono all’antica Grecia. Quella di oggi è una mamma che alla possibilità biologica della maternità ha integrato la realizzazione e affermazione personale anche al di fuori della genitorialità, con non poche difficoltà. Su questo sono state già scritte molte cose.

Mi stimola di più il dibattito sulla effettiva necessità di festeggiare la mamma di fronte a donne che magari madri non lo sono diventate pur volendolo o di fronte a bambini che la mamma non ce l’hanno più, perché non c’è più, perché se n’è andata o perché è poco presente. Soprattutto questo secondo caso direi. Non voglio discutere su quanto possa essere giusto o meno la festa in sé, ma stimolare una riflessione su un problema che si pone per esempio a scuola se le maestre vogliono far preparare i lavoretti da regalare alle mamme.

La reazione è spesso quella di evitare, come atteggiamento protettivo verso i bambini mancanti, per paura di stimolare una sofferenza, sottolineare la diversità, creare un danno. In realtà proteggere i bambini dalle loro storie non sembra così funzionale, sarebbe come dire che non sono in grado di elaborare sentimenti di perdita o di abbandono, e questo sì che potrebbe essere dannoso. I bambini non possono e non devono essere protetti dalle emozioni negative, se queste sono coerenti con le loro esperienze di vita. Devono piuttosto essere aiutati ad esprimerle, a manifestare il dispiacere e la sofferenza, a farli defluire.

Guardiamoci dentro e chiediamoci se, nel tentativo di proteggere un bambino dalla sua sofferenza, stiamo davvero esprimendo una sensibilità o piuttosto stiamo proteggendo noi stessi da quella stessa sofferenza. Come anche (ci stiamo proteggendo), dalla personale incapacità di accoglierla, dalla personale incapacità di sostenere e consolare.

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Chi legge nello spot Esselunga uno stigma verso i genitori separati per me generalizza

Chi legge nello spot Esselunga uno stigma verso i genitori separati per me generalizza

 

 

 

 

 

Ho visto lo spot di Esselunga che sta facendo molto discutere. È bello, emozionante. Fa tenerezza la bambina che porge la pesca al papà dicendogli che gliela manda la mamma. Nello spot si capisce che i genitori sono separati, ma soprattutto che è una separazione non serena, che tra i due ex la comunicazione non è buona.

Stringe il cuore pensare quale peso e quali responsabilità un bambino si assumenei confronti dei suoi genitori: quello di aprire uno spiraglio di comunicazione, di riavvicinarli. Cercano di farlo i figli di genitori separati come anche i figli di genitori che rimangono insieme e non sanno più comunicare. Lo fanno i figli di genitori che sono in conflitto, separati o meno che siano. Spesso i figli cercano di mediare, di compensare le inefficienze genitoriali, di riavvicinarli, intervenendo direttamente con un gesto, come nello spot, oppure attraverso un sintomo che, riorientando coercitivamente l’attenzione, distoglie dal conflitto.

Non sono felici in generale, i bambini di genitori che soffrono e che nella sofferenza non riescono più a svolgere il loro ruolo. Più che l’infelicità della bambina, sottolineerei l’aspetto costruttivo del suo gesto: la bambina prova a fare qualcosa di utile, dando il suo contributo recupera un senso di controllo sulle cose.

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Smartphone e videogames: l’ossessione per il gioco in rete – I parte –

Smartphone e videogames: l’ossessione per il gioco in rete – I parte –


Lo smartphone e i videogames, così come tutta la tecnologia, sono oggi parte integrante della quotidianità dei ragazzi: li divertono e li coinvolgono, tanto quanto preoccupano i loro genitori. Sono frequenti le richieste di consulenza su questo argomento.

Qualche esempio

Il padre di Lorenzo, terza media, chiede un colloquio perché vuole capire meglio cosa succede a suo figlio: da qualche tempo il suo rendimento scolastico è calato e Lorenzo sembra aver perso la motivazione alla scuola al punto che da alcuni giorni si rifiuta di andarci. Secondo il padre è tutta colpa dei videogiochi, ultimamente si è appassionato a uno in particolare, va con il cellulare in rete a giocare per ore, trascurando tutto il resto.

La mamma di Manfredi, terza media, è molto preoccupata perché suo figlio ha un rapporto morboso con i giochi elettronici. Il ragazzo è buono e introverso lei lo rimprovera spesso perché gioca troppo, lui si chiude in se stesso e piange.

Da qualche mese ha problemi a scuola. Hanno provato a togliere la Play Station sia per punizione, sia per togliere una distrazione dall’impegno scolastico, il risultato è stato innanzitutto una brusca caduta dell’umore in Manfredi. 

Hanno restituito la Play al miglioramento dei voti e di nuovo si è verificata un’immersione morbosa nel gioco e un nuovo peggioramento scolastico. L’hanno tolta di nuovo, altra caduta dell’umore. E’ diventato un tira e molla che non sembra portare risultati stabili.

Il padre di Paolo, anche lui terza media, è preoccupato per suo figlio perché nell’ultimo anno ha avuto un forte calo nel rendimento scolastico e un ritiro sociale notevole, non esce con gli amici, preferisce rimanere a casa a giocare in rete con l’x-Box. Fatica a riconoscere suo figlio che è sempre stato un leader in classe e ogni occasione era buona per uscire con gli amici. Pensa che sia stato il gioco a deviarlo.

Le reazioni dei genitori

Alcuni genitori assumono atteggiamenti diffidenti verso i videogiochi, la tecnologia e la rete e tendono ad attribuire ad essi le difficoltà che osservano nei loro figli. L’atteggiamento diffidente impedisce loro di conoscere i mezzi e i luoghi virtuali frequentati dai figli, così spesso non hanno un’idea di cosa essi facciano mentre sono concentrati sul cellulare, e tendono a valutare qualsiasi attività online come dannosa. Questa in realtà è una valutazione parziale.

Nello smartphone per esempio c’è tutto: la radio, la televisione, la rete, i libri, i video e tutti gli spazi social in cui i ragazzi possono incontrare gli amici e chattare con loro.

Il cellulare è ormai ritenuto uno strumento utile anche ai fini didattici, molti insegnanti oggi invitano gli alunni a visitare siti o pagine precise in classe, durante la lezione; a casa spesso lo consultano mentre fanno i compiti per ricercare materiali, fare traduzioni, io stessa ho utilizzato in più occasioni la “passione”dei ragazzi per lo smartphone, per somministrare questionari e rilevare sondaggi.

Se alcuni genitori sono diffidenti, ce ne sono altri che hanno con la tecnologia lo stesso rapporto che rimproverano ai figli, e risultano perciò poco attendibili quando li biasimano perché trascorrono troppo tempo in rete: criticano a parole quello che rafforzano con i fatti.

Si parla molto di quale sia l’impatto delle tecnologie sul sistema nervoso umano, particolarmente su quello delle fasce più giovani e quale differenza ci sia tra la generazione digitale e quelle precedenti. Molti studiosi sostengono la tossicità del digitale, ma senza digitale e senza internet perderemmo molte opportunità. E’ necessario evidentemente trovare una misura nel tempo da dedicarvi, se è difficile per un adulto, lo è di più per un ragazzo. 

 Lorenzo, Manfredi e Paolo, presentano comportamenti simili, tutti sono molto assorbiti dal gioco ed è facile attribuire a questo la causa dei problemi scolastici. Spesso le cose sono più complesse e il gioco più che la causa, è la forma che assume il disagio, il sintomo di un problema più ampio e come tale può essere la porta di accesso per la comprensione di ciò che ne sta alla base.

(segue)

tratto da: Attaccamenti a Scuola di Mattioli, Di Marzo, Febi, Martirani – edito da Alpes Italia – Roma – 2017

Il diritto all’autonomia: la scelta dell’indirizzo di studi.

Il diritto all’autonomia: la scelta dell’indirizzo di studi.

Il diritto all’autonomia: la scelta dell’indirizzo di studi.

L’autonomia, di movimento, affettiva, di scelta, è una competenza che si costruisce a partire dalla nascita e procede parallelamente all’attaccamento e anche grazie ad esso, il bambino comincia a costruire la sua autonomia che è in relazione diretta con le sicurezze che riesce ad acquisire attraverso le cure fornite dalle figure di attaccamento.

Il comportamento di attaccamento ė un comportamento innato che ha la funzione sul piano individuale di ottenere e mantenere la vicinanza di una figura rassicurante e protettiva ogni volta che ci si sente vulnerabili e minacciati nella propria incolumità e sul piano più generale di garantire la sopravvivenza e la riproduzione della specie. Ė una tendenza innata che rimane attiva per tutta la vita anche se opera con maggiore intensità e frequenza nei primi anni, quando la vulnerabilità ai pericoli ambientali è maggiore, e minore la capacità di gestire da soli situazioni di disagio. Per i piccoli delle specie sociali infatti, ogni esperienza di solitudine, anche una breve separazione dalle figure di attaccamento, è un segnale di vulnerabilità potenziale ai pericoli ambientali, e quindi uno stimolo potente per l’attivazione del sistema potenziale dell’attaccamento

I bambini piccoli in grado di camminare, sono fortemente inclini a seguire le loro figure di attaccamento ovunque esse vadano. La distanza alla quale il bambino si sente a suo agio dipende da diversi fattori come l’età, il temperamento, la storia dello sviluppo, il sentirsi affaticato, spaventato o malato, aspetti questi che aumenteranno il comportamento di attaccamento.
La consapevolezza di poter contare sulla protezione e il conforto della figura d’attaccamento in caso di necessità, crea uno stato di sicurezza emotiva da cui è possibile partire per l’esplorazione: esplorazione del mondo esterno e del proprio mondo interiore (i propri sentimenti, i propri pensieri, le proprie preferenze, le proprie predisposizioni).

La Gradualmente il bambino costruisce la propria autonomia, per esempio è in grado di tollerare periodi sempre più lunghi di separazione dai genitori. Questo processo ha nell’adolescenza una spinta tale da provocare un grande cambiamento nel rapporto con i genitori sia per quel che riguarda la vicinanza fisica, sia per quel che riguarda le scelte. Gradualmente i campi in cui i genitori possono esercitare la loro autorità diventano sempre più limitati. I ragazzi cominciano a muoversi in ambienti diversi da quello familiare, a stringere nuove relazioni sociali, a fare scelte diverse da quelle che si aspetterebbero i genitori.

La scuola ė uno dei campi in cui facilmente si generano conflitti tra genitori e figli. Le aspettative dei genitori, sia quelle espresse che quelle non verbalizzate hanno un peso nell’impegno e nel risultato scolastico del figlio.
Per un genitore è indubbiamente difficile trovare la giusta dimensione tra il suo essere una figura di riferimento, il lasciare spazio e il dare indicazioni o imporre scelte per esempio per quel che riguarda l’indirizzo di studi da seguire.
E’ un aspetto che si evidenzia soprattutto nel passaggio tra la scuola media e la scuola superiore, momento in cui spesso i ragazzi non hanno le idee chiare su quello che vogliono fare o meglio magari un’idea ce l’hanno ma non riescono a trasmetterla in modo chiaro e spesso si inseriscono i genitori con i loro progetti, le loro aspettative, le loro convinzioni, a volte le loro frustrazioni.

A volte ė particolarmente difficile per i genitori lasciare i figli liberi di scegliere la scuola da seguire e per i figli rivendicare il diritto di scelta.
Approfittando dell’incertezza dei figli che non sanno ancora cosa fare oppure che stanno per fare una scelta di relazione piuttosto che di passione perché negli ultimi tempi magari hanno fatto più amicizia con alcuni compagni e vorrebbero ritrovarli al primo superiore, alcunI genitori impongono le loro scelte con conseguenze importanti sul rapporto del figlio con la scuola, per esempio il rischio di allungare il suo percorso scolastico o peggio portare al l’abbandono degli studi

A volte i genitori non riescono a percepire il figlio come un individuo autonomo ma lo vivono piuttosto come un prolungamento di se’ perciò tendono a dare per scontato che egli abbia i loro stessi gusti e le loro stesse preferenze; A scuola capita di incontrare situazioni di questo tipo.

Mi è capitato recentemente uno studente del primo anno, portato al Centro di Ascolto dal padre che lo vedeva in grande difficoltà sia come inserimento nella classe (a dicembre aveva ancora pochi contatti tra i compagni, la vicina di banco e il ragazzo al banco davanti al suo) sia come rendimento scolastico, aveva difficoltà di apprendimento e di esposizione.

Parlando poi con il ragazzo da solo, ė venuto fuori che a lui questa scuola proprio non piaceva, non si trovava bene allo scientifico, lui avrebbe voluto prendere il liceo artistico, ma il padre non aveva voluto, voleva che seguisse il percorso che aveva fatto lui. Trovarsi in un contesto che non gli apparteneva lo faceva sentire molto inadeguato e questo aveva ripercussioni su tutto ciò che riguardava la scuola.

Nei colloqui successivi con il ragazzo e con il genitore e alle informazioni avute dagli insegnanti, ė venuto fuori che questo papà faceva molta fatica a percepire il figlio come individuo a se, sembrava lo considerasse più un prolungamento di se stesso, da qui l’istinto di intervenire e prendere decisioni per il suo bene. Le intenzioni erano buone, ma poco calate nella realtà è nei bisogni del ragazzo.

Il ragazzo aveva le sue difficoltà ad esprimere in maniera definita e determinata il suo punto di vista, aveva paura delle reazioni del padre e non voleva deluderlo. Alcuni colloqui sono bastati per riorientare il padre che si è convinto a trasferire il figlio all’indirizzo di studi desiderato.

Intendiamoci, un errore nella scelta scolastica non può creare da solo scompensi, piuttosto si inserisce in un equilibrio delicato, come elemento di stress in più . Se è una cosa che succede spesso, possiamo immaginare che il ragazzo si trovi spesso in situazioni che non gli appartengono e in cui non si riconosce e che si senta poi insicuro.

I genitori in quanto adulti devono fare tutto il possibile per costruire il meglio per i loro figli, ma nel fare questo devono considerare nei propri progetti tutte le caratteristiche del figlio, osservarlo, ascoltare quello che ha da dire, riuscire a distinguere tra quello che ci vuole dire per farci contenti e quello che invece rappresenta davvero se stesso.
Se un padre esprime pareri negativi per esempio su chi non sceglie il liceo scientifico, e poi chiede al figlio che scuola vorrebbe scegliere è probabile che lui risponda quello che il padre vorrebbe cioè il liceo scientifico, ma è anche molto probabile che sia una risposta accondiscendente e non sincera.

Altre volte succede che i genitori non abbiano elaborato adeguatamente la frustrazione legata al mancato raggiungimento di obiettivi personali e potrebbero essere influenzati dalle aspettative mancate nel consigliare o imporre un indirizzo di studi piuttosto che un altro. Il figlio potrebbe rappresentare una possibilità di riscatto, più o meno consapevolmente.

D’altra parte alcuni figli possono avere particolare difficoltà a riconoscere o ad affermare una propria preferenza: non mandando segnali chiari su quello che vogliono, impediscono ai genitori di farsi un’idea, di riconoscerlo come diverso dalle proprie aspettative.
La difficoltà di questi figli può essere in relazione alla dinamica dell’attaccamento, un attaccamento insicuro per esempio, impedisce l’acquisizione della capacità di affermarsi e il bambino sente che il rapporto con i genitori ė stabile solo se lui limita la sua autonomia oppure il bambino non riesce ad avere un senso stabile e definito di se se non attraverso la completa adesione ai genitori. Perciò è facile che venga accettata o subita una scelta che non gli appartiene, in funzione della stabilità della relazione di attaccamento e in definitiva in funzione della stabilità di sé, a scapito di altro. Sono situazioni che, come abbiamo visto, vengono poi fuori prevalentemente come sintomi, nel nostro caso la difficoltà scolastica.

Come genitori abbiamo un maggiore peso nella relazione, perciò dobbiamo fare tutti gli sforzi possibili per riconoscere i figli come persone diverse da noi, a cominciare dalle loro preferenze, come anche il dovere di essere consapevoli delle nostre debolezze, pensare per esempio agli obiettivi che abbiamo mancato e tenerli sotto controllo per evitare di imporli più o meno direttamente ai figli.

Piccoli ragazzi crescono

Diventare adulti

Insicuri ma con una grande voglia di cominciare a fare da soli, non  capiscono come  i genitori, non se ne rendano conto.viaggio interiore

I ragazzi presto comprendono che l’essere riconosciuti come adulti non è dato dal semplice fatto di esserci diventati ma che è un percorso, per niente facile, che si copre gradualmente, al cui traguardo c’è la propria indipendenza e l’accettazione delle proprie responsabilità.

La prima difficoltà è perciò quella di convincere, con i fatti più che con le parole, i genitori o comunque gli adulti che si è in grado di fare, che non ci si metterà in guai troppo seri, che questo non comporterà l’annullamento dei legami familiari, che fare e pensare cose diverse  non significherà rifiutare o rinnegare i principi familiari,   le vere paure nascoste dietro alle rigidità, alle critiche e ai divieti genitoriali più severi.

Quanto si riuscirà a farlo sarà in relazione alla stabilità o instabilità dell’atmosfera familiare: l’impressione di poter rivendicare diritti e doveri in modo chiaro e realistico sarà proporzionale alle scelte e rotture che da questo dipenderanno, a quanto si sente di poter contare sul sostegno e la protezione dei propri genitori in caso di difficoltà. Se ci si può contare poco, le richieste di autonomia potranno prendere strade complicate.

La scuola è  un’area in cui spesso si esprimono i contrasti rispetto alla libertà e all’autonomia. Non ci si trova quasi mai d’accordo: quale scuola scegliere, quanto tempo da dedicare allo studio sempre poco per i genitori, troppo per il ragazzo o viceversa.

comunicascuola.it

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A volte i genitori pretendono più o meno consapevolmente di recuperare i progetti sacrificati durante la loro adolescenza, oppure di imporre il loro come l’unico modo possibile di affrontare gli impegni. Presi dalle responsabilità e dai  pensieri fanno riferimento solo a se stessi. Parlano chiedono vorrebbero sapere tutto, capire cose e comportamenti mentre i ragazzi vorrebbe essere interpretati e capiti senza bisogno di parlare, perché da soli spesso non si capiscono e vorrebbe essere aiutati senza doverlo chiedere troppo direttamente.

Chiedono rispetto per il silenzio.  Pressati e controllati i ragazzi interpongono altro silenzio a difesa di uno spazio interiore che da poco comincia a prendere forma. C’è sempre il pericolo, o meglio la paura, di tornare dipendenti come quando si era bambini.
Momenti di spavalda autonomia si alternano alla ricerca di rassicurazione.

Può sembrare ed essere vissuto come un atteggiamento contraddittorio, ma è la forma che normalmente assume la strada verso l’autonomia.

 

Figli adolescenti e genitori: un rapporto da ridefinire

Prima o poi dobbiamo trattare i figli da adulti, quanto siamo preparati a farlo lo capiamo da come viviamo la loro adolescenza.

L’autonomia permessa dall’adolescenza comporta un cambiamento nel rapporto genitori-figlio: inizia un periodo di ricontrattazione dei ruoli e delle relazioni familiari che richiederà diversi anni, alla fine del quale il figlio avrà affermato la sua individualità e i genitori si saranno ripresi la loro vita.
I campi in cui i genitori possono esercitare la propria autorità diventano gradualmente sempre più limitati e sempre più regolati dall’adolescente che li vede sempre più umani e fallibili, dotati di un carattere e di una personalità, ed è forse ora possibile mettersi nei loro panni.

Non sarà sempre possibile evitare conflitti di opinione con loro. I figli cominciano a muoversi in ambienti diversi da quello familiare, a stringere nuove relazioni sociali. Per i genitori significa rinunciare ad essere l’unico modello di riferimento ed accettare (o subire) di essere messi a confronto con altri modelli e di essere visti con occhio critico. Le discussioni risulteranno più complicate se i genitori non saranno sufficientemente flessibili da considerare che quei presupposti sui quali hanno basato per anni il proprio comportamento sono suscettibili di critiche.

La scuola è uno dei campi in cui facilmente si generano conflitti tra genitori e figli. Problemi nel rapporto con i genitori si rifletteranno sull’andamento scolastico.

I conflitti non sono problemi in senso assoluto. Se hanno luogo in un’atmosfera di legame sono piuttosto esperienze di apprendimento in cui i figli imparano ad affrontare i problemi, ad ascoltare, a prendere in considerazione il punto di vista degli altri anche se diverso dal proprio, a trovare soluzioni, e i genitori imparano a conoscere meglio il proprio figlio se strada facendo si sono persi qualche passaggio di crescita, a dare gradualmente più spazio alle sue idee, a prendere atto che la sua individualità inciderà sempre di più sulle decisioni e sugli equilibri familiari.
I conflitti rappresentano invece un problema quando hanno luogo in un’atmosfera di minaccia e ostilità, e non portano ad un confronto ma a ripetuti e inutili scontri. Genitori e figli imparano allora ad evitare i contrasti oppure a porvi fine imponendo più o meno aggressivamente ognuno la propria volontà o subendo infelicemente quella dell’altro.

L’adolescenza dei figli rappresenta un momento delicato anche per i genitori che hanno bisogno di tutto il sostegno possibile per poterla elaborare serenamente. Essi avranno spesso la sensazione di essere stati usati oppure di aver dato il meglio di sé per vedersi inspiegabilmente allontanare,oppure di trovarsi di fronte una persona che gli sembra di non conoscere. Il vuoto che sentono sul piano dell’identità genitoriale, è direttamente proporzionale allo spazio della propria vita che hanno dedicato alla genitorialità, e le scelte autonome del figlio possono inizialmente sembrare un fallimento, piuttosto che un successo, del ruolo educativo svolto fin a quel momento.

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Ora più che mai, ogni messaggio che il genitore manda al figlio, viene da lui percepito attraverso le lenti della considerazione, della fiducia in se e nelle proprie capacità, della stabilità del legame familiare. E poiché i genitori sono sempre importanti come figure di riferimento, i loro umori e i loro giudizi condizioneranno le scelte del giovane predisponendone le direzioni preferenziali (per esempio verso la sicurezza o l’insicurezza, la stabilità o l’instabilità) che egli andrà continuamente a verificare nel mondo esterno.

Se una certa dose di oppositività, di ribellione, di trasgressività, di indefinitezza fanno parte della crescita, quando diventano tratti stabili possono essere la concretizzazione di una difficoltà del figlio a focalizzare e comunicare e di una difficoltà dei genitori ad ascoltare e riconoscere, un problema che sta da un’altra parte. Quando i genitori hanno difficoltà ad ascoltare osservare e riconoscere è perché la loro attenzione è concentrata altrove: a volte in questioni personali, a volte in questioni di coppia. Le incomprensioni nella coppia impediscono di entrare serenamente in relazione con i figli e vengono riversate nel rapporto con loro. A volte si pretende da loro quel consenso, quell’accettazione e quel riconoscimento che non si riesce ad ottenere dal partner.

Se l’autonomia del figlio stimola nei genitori sentimenti di inadeguatezza, incontrollabilità, perdita, insicurezza, questi saranno difficili da affrontare e gestire se non si può contare su un rapporto di coppia sereno e/o sul sostegno di altre figure di riferimento. I messaggi dei figli arrivano dritti al cuore (al sé) e nell’elaborare il colpo spesso si perde quella parte dell’informazione che riguarda proprio loro, i figli.

Che cosa intende dire quel figlio che disprezza e rinnega il mondo adulto? Al genitore può sembrare ingratitudine o accusa di inadeguatezza e, colpito da questi sentimenti può reagire con rabbia, tristezza o assumere atteggiamenti di superiorità, senza poter vedere che è suo figlio a non sentirsi accettato e che il disprezzo per il mondo adulto è un tentativo di riprendere il controllo della situazione cercando di essere lui il primo a rifiutare.

E quando un figlio intavola discussioni senza fine su questioni anche di nessuna rilevanza per la sua vita? Al genitore può sembrare un affronto, che il giovane venga meno agli insegnamenti ricevuti o che egli stesso sia venuto meno al suo ruolo, che non abbia saputo trasmettere i valori in cui crede. Può provare sentimenti di fallimento mentre suo figlio sta piuttosto “esercitando” una sua individualità utilizzando opinioni che probabilmente condivide poco, ma che in quel momento hanno il pregio di essere diverse da quelle familiari. E quando il figlio si chiude nel silenzio? Il genitore può sentirsi rifiutato come padre o come madre mentre suo figlio sta cercando uno spazio personale, oppure sta elaborando un dispiacere che si vergogna di raccontare ai genitori.
Queste sono solo alcune delle incomprensioni che si possono creare.

Quando un messaggio colpisce duramente è forse utile chiedersi: quel comportamento o quell’atteggiamento, che significato hanno per il o la giovane in quel momento della sua crescita, al di là dei sentimenti che possono stimolare nei genitori.