Anche l’Italia dovrebbe avere un ministero della Solitudine

Anche l’Italia dovrebbe avere un ministero della Solitudine

Anche l’Italia dovrebbe avere un ministero che renda la solitudine una funzione statale e preveda l’offerta di servizi pubblici ai reduci del distanziamento sociale.

In alcuni paesi del mondo esiste il Ministero della Solitudine.

In Giappone, visto il significativo aumento di suicidi e tentativi di suicidio nell’ultimo anno in seguito alle restrizioni imposte per il Covid-19, è stato istituito un ministero (e un ministro) della solitudine. Il Regno Unito ne ha uno già da qualche anno.

Il ministro giapponese della solitudine, ha un obiettivo ambizioso: porre fine all’isolamento degli individui e proteggere i legami fra le persone.

Noi potremmo aggiungerne un altro: trasformare la solitudine in risorsa, insegnando alle persone a utilizzare la sofferenza come motore di cambiamento.

Il nostro ministero potrebbe avere tanti dipartimenti quante sono le solitudini, perché ognuno ha la sua solitudine, un personale modo di viverla ed esprimerla, anche se tutti stanno a rappresentare l’esperienza di sentirsi separato dagli altri, di percepire un senso di estraneità e non appartenenza, un senso di non condivisione.

Sono stati d’animo che non si ha piacere di vivere, che si cerca spesso di allontanare. Da qui la paura della solitudine, la paura di ritrovarsi da soli con se stessi, con le proprie emozioni, e la difficoltà di stabilire un dialogo interiore, la difficoltà di incontrarsi.

La solitudine è uno stato d’animo che può riguardare tutti in qualche momento della vita. E’ una grande sofferenza e nello stesso tempo una grande risorsa. Ritirarsi in solitudine, chiudersi in se stessi, è un modo fisiologico di rigenerarsi.

Il distanziamento sociale, poiché imposto, ha reso più difficile percepire la solitudine come risorsa. 

Il distanziamento sociale ha portato a solitudini forzate o per l’obbligo di isolamento o per eccesso di vicinanza, sì perché anche la vicinanza eccessiva può stimolare solitudine. La coppia e la famiglia sono i luoghi in cui si sperimentano i più forti sentimenti di solitudine. Sentirsi incompresi dal partner o dai genitori, è tra le sensazioni più difficili da sopportare. A volte presenze “assenti”, fanno sentire profondamente soli.

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Psicoterapia: solitudine, questa sconosciuta

 

Patrizia Mattioli

Solitudine: stare da soli e sentirsi soli

Ognuno ha la sua solitudine. Non parlo dello stare da soli, ma del sentirsi soli, quel vissuto emotivo che emerge anche in mezzo alla gente. Ogni solitudine ha il suo significato e per ognuno il sentimento di solitudine prende forme diverse: per alcuni è la percezione di un mondo ostile, negativo e indifferente per altri è il non avere punti di riferimento, per alcuni è il non riuscire a esprimere le proprie idee, per altri è la percezione di un abbandono vissuto o reale, per alcuni è percepire il punto di vista degli altri come non in linea con il proprio, per altri è una percezione di vulnerabilità e fragilità.

La solitudine è l’esperienza di sentirsi separato dagli altri. E’ un senso di estraneità e non appartenenza. E’ non condivisione. Per alcuni è sinonimo di insicurezza, autosvalutazione, per altri è il recupero delle forze e momento di creatività. Ogni aumento di autonomia produce inevitabilmente un aumento del sentimento di solitudine. E’ uno stato d’animo che può riguardare tutti in qualche fase della vita. Ogni età ha la sua solitudine. In tenera età è in relazione a quanto le figure di accudimento sono in grado di cogliere i bisogni del bambino e regolare in maniera coerente la presenza e la cura. E’ l’aumento di vulnerabilità ai pericoli ambientali. Nella fanciullezza può essere la paura di allontanarsi dalle figure di riferimento, o l’evitamento sociale per i più svariati motivi. In adolescenza è un sentimento che compare quando si diventa capaci di riflettere su se stessi, di guardarsi dentro, quando si prende consapevolezza dei cambiamenti in corso, quando si abbandonano le certezze dell’infanzia e della fanciullezza senza averne ancora di nuove. La solitudine è una grande sofferenza e nello stesso tempo una grande risorsa. Ritirarsi in solitudine, chiudersi in se stessi, è un modo fisiologico di rigenerarsi.

Grazie alla scoperta o alla riscoperta di parti di sé, si trovano le risorse per ripartire. A volte può essere necessario più tempo per ricominciare oppure l’individuo non ha gli strumenti per recuperare e si trattiene nel suo isolamento. Ma la vita moderna è frenetica, segue ritmi e propone spazi e obiettivi poco naturali. Nonostante tutto ci si adatta, con qualche costo sul piano personale (e sociale), ma non c’è tempo per recuperi fisiologici e a volte non si vedono di buon occhio isolamenti che la frenesia ha generato e così un ritiro diventa una depressione da eliminare a tutti i costi. In tempi diversi si può percepire un sentimento di solitudine come una risorsa o come una sofferenza. La paura della solitudine è la paura di ritrovarsi da soli con se stessi, con le proprie emozioni, è la difficoltà di stabilire un dialogo interiore, la difficoltà di incontrarsi. E’ anche l’incapacità di coinvolgersi in relazioni importanti, che siano di amicizia o sentimentali, o l’incapacità di stabilire contatti profondi e significativi con le persone care.

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