L’Ai è la tecnologia in grado di simulare comportamenti umani e lo studio multidisciplinare sullo sviluppo della stessa. Oggi, molti di noi si rivolgono all’intelligenza artificiale cercando informazioni, ma anche assistenza “psicologica”. Molti dei pazienti che arrivano in studio hanno già interagito con ChatGpt o Gemini, e continuano a farlo anche durante il percorso terapeutico.
L’Ai ascolta, risponde, a volte sembra capire davvero. Non giudica, non interrompe, non fraintende. E questa sua neutralità algoritmica viene facilmente percepita come una forma di empatia e crea un’illusione di connessione. La percezione soggettiva di sentirsi compresi, ascoltati o “letti dentro”, è tra le reazioni più comuni. Ma come ci riesce?
Gli esperti ci spiegano che i cosiddetti chatbot – cioè i sistemi conversazionali basati su intelligenza artificiale – come ChatGpt si fondano su modelli capaci di simulare dialoghi sofisticati che danno a chi vi si rivolge la percezione di essere compresi. Modelli avanzati di Ai sono in grado di analizzare un testo per il suo significato letterale, ma anche per il suo significato emotivo, analizzando i cambiamenti di tono e contesto, “imparando” così a rispondere in modo più appropriato e “umano”.
La semplicità e la familiarità con cui i chatbot si esprimono alimenta la percezione, profondamente umana, che ci sia un’effettiva intenzione comunicativa dietro alle loro parole. In effetti è un problema nostro, tendiamo ad umanizzare qualsiasi cosa, figuriamoci le macchine a cui riconosciamo una serie di competenze e che consideriamo intelligenti solo perché sono più veloci di noi. Ma ciò che percepiamo come comprensione è, in realtà, il prodotto di un raffinato calcolo statistico, il calcolo delle probabilità che hanno certe parole di capitare vicine.
Studi recenti mostrano come alcuni utenti, soprattutto giovani adulti, arrivino a preferire le interazioni con intelligenze artificiali a quelle con esseri umani, soprattutto per affrontare temi intimi, identitari o emotivamente complessi. L’interazione con l’intelligenza artificiale rappresenta, in questo senso, una forma di gratificazione a basso impatto emotivo, una relazione che offre conferme, ascolto e chiarezza, senza il rischio di incomprensione o rifiuto. Minimo impegno, massimo rendimento. Certo, è una relazione a senso unico, senza reciprocità o imprevedibilità, aspetti invece tipici delle relazioni umane.
Il senso di solitudine e in generale le sofferenze spingono a ricercare relazioni che sembrano più semplici, dove non c’è conflitto né impegno, al contrario delle relazioni umane che sono per definizione cariche di conflitti, di tensioni, ma costruttive, che ci impegnano nel continuo confronto con altri punti di vista, con la difficoltà di riconoscere e farsi riconoscere ma anche con la consapevolezza di esserci, di capirsi, di entrare ognuno nel mondo affettivo dell’altro.
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