I Disturbi alimentari psicogeni. Giornata della bulimia e dell’anoressia, l’adolescenza è la porta del disagio

I Disturbi alimentari psicogeni. Giornata della bulimia e dell’anoressia, l’adolescenza è la porta del disagio

La sensibilità ai commenti dei coetanei

Ludovica, 15 anni, da qualche settimane evita di uscire di casa se non è necessario, continua ad andare a scuola ma evita di uscire dalla classe durante la ricreazione e all’uscita si dilegua velocemente. Si è messa in testa di seguire una dieta severa che le consenta di dimagrire velocemente. Poche settimane prima mentre camminava nei corridoi per andare da una zona all’altra della scuola, è passata davanti ad alcuni compagni di poco più grandi ed è sicura di aver sentito un commento su di lei, sulle sue forme, soprattutto sulla sua ciccia.
Una situazione molto comune quella delle prese in giro e dei commenti da parte dei compagni, che per ragazze sensibili come Ludovica hanno un potere disconfermante, in grado di innescare uno squilibrio.

Molti disturbi alimentari iniziano così, molti disturbi alimentari iniziano in adolescenza.
L’adolescenza è in generale un periodo critico per l’emergere di vari comportamenti disfunzionali. E’ un momento delicato per i cambiamenti rapidi e vistosi che avvengono a vari livelli: l’adolescente passa velocemente da un corpo bambino a un corpo adulto, per il quale prova spesso sentimenti di estraneità e inadeguatezza; grazie alla maturazione neurologica avviene un cambiamento nel rapporto con la realtà che viene vista in diverse sfaccettature e non solo in quella che vive direttamente; avvengono cambiamenti importanti anche nelle relazioni familiari, i genitori cominciano ad essere percepiti come persone comuni, con i loro limiti e le loro incertezze e questo stimola sentimenti di delusione e solitudine.
Gli adolescenti attraversano questi cambiamenti per la maggior parte senza troppe difficoltà, sviluppando una propria autonomia e individualità parallelamente al distacco affettivo dalla famiglia di origine.
Alcuni però, come Ludovica, hanno più difficoltà ad accettare il cambiamento del proprio corpo, a gestire la complessità di una realtà sfaccettata, a cambiare l’immagine dei propri genitori. Il doverli vedere come persone comuni con le loro incertezze e insicurezze provoca una delusione più marcata, che mette in discussione il senso di sé raggiunto fino a quel momento. Un senso di sé poco definito, che da una parte ha bisogno di conferme esterne e approvazione da parte di persone significative, dall’altra teme il giudizio e la disapprovazione.
Il comportamento alimentare aiuta a gestire questa oscillazione tra bisogno e paura: i sentimenti di incapacità, insicurezza, incompetenza personale, che vengono stimolati dal confronto con gli altri, prendono forma in un corpo inaccettabile a cui ci si rassegna o a cui ci si oppone.

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Ragazzo suicida a Lavagna, la lezione che dobbiamo trarne

Ragazzo suicida a Lavagna, la lezione che dobbiamo trarne

I più recenti fatti di cronaca, l’ultimo è quello di Giovanni che si butta dal balcone durante una perquisizione in casa da parte della Guardia di Finanza, rimandano alla necessità di rilanciare una cultura psicologica e un’adeguata conoscenza degli strumenti psicologici. Troppe cose sembrano accadere per mancanza di informazioni di base.

Il problema dell’acting out, in adolescenza per esempio (così viene chiamato il comportamento messo in atto da Giovanni), è un problema molto presente. Il termine significa letteralmente “passaggio all’atto” e si riferisce ai comportamenti aggressivi e impulsivi messi in atto da un individuo per esprimere vissuti che non riescono ad essere elaborati sul piano cognitivo e verbalizzati ma vengono comunicati solo attraverso l’agito.

Sono comportamenti per niente o poco riflessivi: l’azione segue immediatamente l’impulso senza che la persona sia in grado di anticipare uno scenario con le conseguenze del suo gesto. Chi lavora con gli adolescenti sa che l’agire comportamenti improvvisi, imprevedibili, inattesi, è una delle forme privilegiate di espressione delle emergenze emotive del ragazzo.

Deve essere andata così per Giovanni di fronte a quella perquisizione inaspettata: si sarà sentito scoperto? avrà avuto paura di essere accusato? di essere giudicato? di essere arrestato? si sarà sentito in qualche modo “spacciato”? Forse sua madre voleva solo spaventarlo… Da una parte è comprensibile che abbia fatto riferimento e chiesto aiuto a un’autorità superiore per gestire una situazione di cui aveva perso il controllo, ma perché non rivolgersi a un ente più coerente con il problema? Sicuramente ci sono cose della vicenda che non sappiamo, ma perché non puntare più sulla comprensione che sulla repressione?

E’ anche comprensibile che i finanzieri, tutti padri di famiglia da quello che leggiamo, si siano prodigati per accogliere la richiesta. Né loro, né la madre di Giovanni avevano gli strumenti per prevedere l’impatto emotivo che avrebbe avuto sul ragazzo, anche più suscettibile di altri adolescenti per la sua storia.

Giovanni era stato adottato all’età di un anno, quando aveva già una storia. La capacita di costruire attaccamenti solidi si crea nei primi mesi di vita. I bambini che vivono esperienze di separazione e abbandono entro i 6 mesi di età, dopo un anno nella famiglia adottiva riescono a recuperare e costruire modelli di attaccamento molto simili a quelli di bambini cresciuti in famiglia sin dalla nascita. Oltre i 6 mesi questo possibilità diminuisce e aumenta il rischio di insicurezza e disorganizzazione. E’ più difficile per il bambino acquisire la tranquillità del mantenimento del legame con le figure genitoriali perciò ha difficoltà ad allontanarsene, ad essere sincero, ad esprimere il disagio… spesso il fisiologico distacco adolescenziale emotivo, fisico e/o ideologico dai genitori, come anche l’eventualità di poterli deludere, corrisponde nel vissuto personale, alla perdita del loro affetto.

C’è la spinta all’autonomia ma si è ancora molto dipendenti da loro, per questo a volte sono molto arrabbiati, tendenzialmente più arrabbiati e oppositivi di altri adolescenti. Più è difficile staccarsi, più è forte la rabbia, emozione notoriamente utile alla demarcazione, al distacco, all’affermazione di sé. Probabilmente anche Giovanni era alle prese con questa difficoltà e negli ultimi tempi, da ragazzo diligente si era trasformato, trascurando la scuola e accompagnandosi a cattive amicizie.

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Michele, quando andarsene è un gesto di protesta

Michele, quando andarsene è un gesto di protesta

Negli ultimi giorni la pubblicazione della lettera di Michele (la cui autenticità è stata confermata dalla madre) il trentenne suicida a Udine, e la commemorazione di Luigi Tenco a Sanremo hanno portato in primo piano il tema del suicidio, delle sue cause, di come capire quando e quanto le persone soffrono, degli strumenti utili per prevenirlo.

Ci si suicida per la disperazione, di aver perso una persona cara a cui non si riesce a sopravvivere, per delusione, sentimentale, scolastica, nell’amicizia. Ci si suicida per protesta, per rivalsa contro l’indifferenza e/o l’ingiustizia che si ritiene di aver subito, come Luigi Tenco tanti anni fa. Il suicidio diventa un’accusa contro le persone considerate responsabili.

Quando si pensa al suicidio salgono alla mente più facilmente scenari di disperazione, meno spesso di rabbia. Ma disperazione e rabbia sono due facce della stessa medaglia: prevale la disperazione quando le cause della propria sofferenza vengono attribuite a se stessi, prevale la rabbia quando le cause vengono attribuite agli altri, all’ambiente esterno, al mondo.

Quando una persona si toglie la vita si pensa che non sia stata capita, aiutata. Magari invece chi gli era vicino ha provato a farlo. Sappiamo che non è mai facile aiutare chi è così arrabbiato e ritiene che il problema sia così lontano da sé e vorrebbe solo che il mondo fosse diverso.

A volte chi è in difficoltà non chiede aiuto per vergogna, per la paura di essere giudicati deboli, inadeguati. Per Michele forse non era così, forse riteneva di non poter essere aiutato, per impossibilità/incapacità dell’ambiente che lui descrive in modo lucido e puntuale. Probabilmente il problema non era più quello concreto di trovare un lavoro, ma quello più astratto legato al senso di identità. Le continue frustrazioni potrebbero aver stimolato sentimenti di negatività interiore, profonda, che si è nutrita nel tempo dei no ricevuti, percepiti come rifiuti, dei mancati obiettivi, forse vissuti come fallimenti irrecuperabili, del senso di non appartenenza, di esclusione, di solitudine.

Attribuirsi la responsabilità, dei no, dei mancati obiettivi, della non appartenenza, darebbe luogo alla disperazione; attribuirla all’esterno, alla società, al mondo dà luogo alla rabbia che Michele ha espresso: contro se stesso, per evitare di rivolgerla contro gli altri. “Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno”.

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Vasto, quando ricostruirsi senza l’altro sembra impossibile

Vasto, quando ricostruirsi senza l’altro sembra impossibile

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Costruire una relazione di coppia significa costruire una forte interdipendenza affettiva con l’altra persona, e con questa la percezione dell’esclusività nel rapporto. In una relazione sentimentale si costruisce soprattutto un sentimento di reciproca esclusività e un modo stabile di percepirsi.

Mettersi insieme e separarsi possono essere processi lunghi e complessi. Più il rapporto è importante, più la separazione è difficile e emotivamente faticosa. Ancora più faticosa quando il rapporto è particolarmente esclusivo e la chiusura arriva improvvisa e inaspettata per la morte prematura dell’altro, come è successo a Fabio Di Lello che ha perso l’amata moglie in un incidente stradale.

Come ha evidenziato Murray Parkes nelle sue ricerche, la difficoltà maggiore dopo la morte di un coniuge è legata alla ridefinizione del proprio ruolo, verso se stessi, verso l’ambiente circostante, verso la società. Tutta la vita, passata e futura, ha ora un significato diverso anzi, ha perso il suo significato e il suo scopo. Spesso rimane la percezione della presenza del coniuge scomparso a sostegno del momento difficile.

Parkes (1972) e John Bowlby (1980) hanno messo in evidenza come il lutto sia un processo con delle basi biologiche, costituito da una serie di manifestazioni che possono fondersi, sovrapporsi, oscillare nella loro successione, ma che rimangono comunque riconoscibili, al di là della cultura di appartenenza.

La prima fase “dello stordimento e dell’incredulità”, può durare da alcune ore ad alcuni giorni, in cui non si riesce a realizzare e accettare la perdita, è una fase in cui momenti di dolore sono alternati a momenti di collera.

La seconda fase “della ricerca”, può durare mesi o, nelle situazioni più difficili, anni, in cui si passa dall’irrequietezza alla paura, dall’insonnia alle allucinazioni, ci si arrabbia con se stessi per non aver evitato la perdita, con il defunto per essersene andato, con qualcun altro a cui si possono attribuire in maniera più o meno realistica colpe e responsabilità, si ricerca la persona nei luoghi in cui era più facile trovarla o in quello dove si ritiene che sia ora (la tomba).

Nella terza fase di “disorganizzazione”, c’è la rassegnazione, l’accettazione della perdita, prevale la disperazione.

Se il lutto è riuscito a completare il suo corso si arriva alla quarta fase della “riorganizzazione” con la costruzione di un nuovo progetto di vita.

La reazione alla morte di una persona cara ha inizialmente, la stessa forma della reazione alle separazioni, in caso di rottura della relazione sentimentale: soprattutto la ricerca e la rabbia sono, dal punto di vista dell’attaccamento, reazioni finalizzate a recuperare la vicinanza della persona amata e scoraggiarne un ulteriore allontanamento: la perdita definitiva è meno frequente delle separazioni a cui siamo sottoposti nella vita perciò, il sistema risponde in maniera automatica a tutte le separazioni come se fossero comunque reversibili.

Accettare la perdita come definitiva e sopportare il dolore che l’accompagna sembrano essere gli elementi indispensabili affinché il lutto possa fare il suo corso, chi sopravvive deve revisionare l’immagine di sé e della sua vita, cambiare comportamenti, atteggiamenti e progetti legati alla persona scomparsa, deve “ricostruirsi” senza l’altro.

E’ un processo lungo e doloroso che può tardare a iniziare anche in funzione di quanto sia stato assoluto il rapporto che si è interrotto, di quanto sia stato improvviso l’evento che ha portato alla separazione, di quanto fosse prevedibile. Nel caso di Fabio non lo era. Il rapporto con Roberta da quanto si legge, aveva assunto una forma quasi totalizzante, Fabio aveva fatto scelte importanti, rinunciato ad altri progetti per vivere il suo rapporto con Roberta e costruire con lei una famiglia, erano diventati inseparabili e riservati, secondo gli amici, perché si bastavano. Avevano creato una distanza tra loro stessi e gli altri.

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Ylenia e tutti i casi in cui si nega l’evidenza pur di salvare un rapporto

Ylenia e tutti i casi in cui si nega l’evidenza pur di salvare un rapporto

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Aggiungo le mie riflessioni alle analisi fatte finora sulla vicenda di Ylenia Grazia Bonavera, la ragazza di Messina aggredita con la benzina dal suo fidanzato. Dalle notizie e dalle interviste che ho letto e ascoltato sembra emergere una personalità tutt’altro che debole, anzi piuttosto determinata (l’aggressione a un infermiere in ospedale sembrerebbe confermare quest’impressione), che vive con il suo Alessio un rapporto caratterizzato dalla reciproca aggressività. Alessio ha esagerato, secondo Ylenia e no, secondo lei non è neanche lui il responsabile dell’aggressione che ha subito. Sembra negata l’evidenza.

Se si ricostruiscono le storie delle persone che vivono relazioni violente (non so se è anche il caso di Ylenia), si ritrovano spesso relazioni familiari caratterizzate dalla violenza e dall’aggressività sia fisica che psicologica. Il mantenimento a tutti i costi della relazione di attaccamento, è una necessità nella prima infanzia, il bambino nega o attribuisce a se le cause dei maltrattamenti subiti, per proteggere l’immagine del genitore, o comunque della figura di attaccamento, e mantenere con lui un rapporto “protettivo”.

Sperimentare una relazione d’attaccamento violenta nell’infanzia significa, anche se non sempre, attribuire alla violenza una parte importante nelle relazioni significative, come lo sono quelle sentimentali. Che la violenza non possa appartenere all’amore per molti di noi è abbastanza chiaro, per chi invece è cresciuto in un rapporto dove la violenza è stata l’unico momento di vicinanza della figura di attaccamento e perciò l’unica dimostrazione di affetto, non lo è per niente.

Come ha dimostrato Harry Harlow (1958), una caratteristica importante dei legami di attaccamento è la loro resistenza anche di fronte a maltrattamenti e punizioni. Nei suoi esprimenti, le scimmiette si aggrappavano più forte alle madri di stoffa, anche quando da queste usciva un getto di aria compressa. Questo fatto è solo apparentemente inspiegabile: un fattore stressante (il getto d’aria appunto), stimola il comportamento di attaccamento anche se a fornirlo è la stessa figura che offre protezione.

La relazione con un partner può avere anche un’importante funzione, quella di favorire lo svincolo, l’individuazione, dalla famiglia d’origine. Nel nostro caso, Alessio sembra rappresentare una scelta in opposizione alla famiglia o quanto meno alla madre, come si legge nei giornali e Ylenia stessa afferma, un modo diverso di essere e di scegliere, positivo o negativo che sia.

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George Michael, David Bowie: sulle emozioni perdute della musica

George Michael, David Bowie: sulle emozioni perdute della musica

Embargoed to 1800 Friday December 30 File photo dated 11/05/11 of George Michael whose musical collection has been celebrated posthumously, with a number of the pop superstar's albums and songs charting five days after his death. PRESS ASSOCIATION Photo. Issue date: Friday December 30, 2016. See PA story SHOWBIZ Charts. Photo credit should read: Chris Radburn/PA Wire

Il rapporto tra emozioni e musica

Anche George Michael se n’è andato. Tanti nel 2016, è già stato detto. David Bowie e George Michael hanno avuto un posto speciale nella mia strada, in momenti diversi della vita. Quando muore un cantante che con la sua musica ci ha regalato bei momenti e ci ha permesso di immortalarne altri è, con le dovute proporzioni, quasi come perdere una persona cara che ci ha accompagnato per una parte del percorso.

Ci sono cantanti e canzoni che stimolano e rievocano belle emozioni e cantanti e canzoni che permettono ad altre di fluire. Le emozioni, quelle reazioni affettive intense positive e negative che danno senso e colore alla vita, che quando si “accendono” come le spie di un manometro è perché, dentro, sta accadendo qualcosa di importante. A volte sembrano improvvise, ma hanno sempre una storia che si può ricostruire.
Si ascolta musica ad alto volume per reagire o compensare un’emozione negativa, oppure per estraniarsi dal mondo esterno o dalle proprie emozioni. Evitare un’emozione significa allontanarsi da se stessi e impedirsi di conoscersi o riconoscersi, a volte però siamo impegnati in altro e non possiamo soffermarci a riflettere, a sentirci, e quell’emozione esce dalla consapevolezza per andare a finire chissà dove e quando vogliamo riprenderla non sappiamo dove cercarla.

Allora ci mettiamo alla ricerca di stimoli che aiutino a riattivare le emozioni perdute. La musica appunto. Ascoltiamo Last Christmas degli Wham o Starman di David Bowie o qualche altra melodia di un passato… passato.

La musica arriva al cuore, ai livelli più lontani di consapevolezza, senza filtri, in grado di riaccendere un interruttore. Ascoltiamo la musica per poter influire sulle emozioni e selezioniamo la musica in base alle emozioni: melodie coerenti con lo stato d’animo in corso.

Se l’umore è basso si cerca una musica malinconica da ascoltare, per rimanere sintonizzati con la propria emozione, attraversarla, comprenderne le origini, un brano malinconico aiuta a farla fluire, aiuta a piangere per liberarsene.

Qualcuno dice che la musica non cura. Forse no, ma è in grado di stimolare e rievocare emozioni, di farle fluire, e questo ha un grande potenziale curativo

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