Perdere i punti di riferimento fa vacillare il senso d’identità, ma Silvia Romano ha vinto la sua sfida

Perdere i punti di riferimento fa vacillare il senso d’identità, ma Silvia Romano ha vinto la sua sfida

Silvia Romano ha scelto a suo tempo di partire come volontaria verso un paese difficile, dove le tensioni politiche generano facilmente disordini e atti di violenza, lì è stata rapita e tenuta in ostaggio per 18 mesi durante i quali ha maturato la decisione di convertirsi all’Islam. Si è discusso molto sulla sua conversione, anche con toni forti, da quando è rientrata in Italia. Molti non hanno capito e tanto meno approvato la sua scelta.

Come lei, sono molti i ragazzi che vanno in esplorazione, alla ricerca di nuovi scenari e soprattutto alla ricerca di se stessi. La prima giovinezza è la stagione delle esplorazioni, delle grandi messe alla prova, delle sfide con se stessi e con il mondo, come anche del rafforzamento del proprio equilibrio emotivo e della propria autostima, fuori dalla famiglia, anche attraverso comportamenti di sostegno sociale e di volontariato in cui esprimere le proprie capacità empatiche. Terminati gli impegni accademici o scolastici e non ancora assunti quelli professionali, c’è spazio per l’impegno e la responsabilità di dedicare tempo agli altri.

Questo a volte li porta lontano, fisicamente e culturalmente. In condizioni normali ci si adatta alle diverse abitudini, volontariamente. Se si è costretti a rimanere più a lungo, l’adattarsi alle nuove condizioni diventa una necessità, se non una questione di sopravvivenza. Trovarsi lontano dai propri riferimenti, per un tempo imprecisato, senza una prospettiva di rientro, rende difficile mantenere la serenità sulla propria incolumità e stabilità, e sui confini della propria identità personale. Difficile non conformarsi alle aspettative esterne. Forse è quello che è successo a Silvia.

In generale il personale senso di identità è molto legato ai luoghi che fanno parte della propria quotidianità, in cui si ha la percezione di avere un ruolo: la propria casa, la propria famiglia, il proprio lavoro, i colleghi, gli hobby, il quartiere, la città. Se improvvisamente ci si trova in un ambiente diverso, con persone sconosciute, senza gli affetti e le cose personali, senza poter mantenere il proprio ruolo e le proprie abitudini, si sperimenta una forte oscillazione sul piano dell’identità, con un’incertezza fondamentale su chi siamo. Un’esperienza lontanamente simile accade a chi è costretto a emigrare dai propri luoghi di origine.

Perdere i riferimenti che danno sicurezza e sostengono l’identità crea disorientamento, vuoto, incertezza, paura, e si fa affidamento su quello che si ha a disposizione, su quello che si trova in quel percorso forzato. Bowlby diceva che fattori stressanti stimolano il comportamento di attaccamento anche se a fornirlo è la persona stessa che infligge gli stress, ed è poi a quella stessa persona che ci si rivolge per essere rassicurati e protetti.

Lontano da casa, sola, in balia degli eventi, Silvia Romano avrà vissuto il pericolo di quella realtà che si presentava come la sola possibile e le sarà sembrato naturale e vitale conformarsi e adattarsi ad essa, fino ad abbracciarne anche i principi spirituali.

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Il coronavirus tiene lontani psicologi e pazienti, ma la terapia online copre le distanze

Il coronavirus tiene lontani psicologi e pazienti, ma la terapia online copre le distanze

Il coronavirus tiene lontani psicologi e pazienti, ma la terapia online copre le distanze

Le restrizioni sociali imposte dal governo per contenere i rischi di contagio dal virus Covid-19 hanno cambiato le nostre abitudini e questo ha avuto una ricaduta anche nell’ambito delle cure psicologiche. Anche se la psicoterapia non rientrava nel novero delle attività sottoposte a restrizione, si è creato da subito un allineamento nella convinzione sia dei pazienti che dei terapeuti che fosse auspicabile il venire meno della presenza anche in esse, dato il momento, e che si potesse trasferire online lo spazio di incontro.

Non tutti hanno accettato l’alternativa: alcuni pazienti e terapeuti hanno preferito fare una sospensione e rimandare le cure al “dopo emergenza Covid”, per vari motivi. Per quel che riguarda i pazienti, c’è chi non apprezza il rapporto con la tecnologia e si sente poco a suo agio a raccontarsi in uno spazio virtuale, e chi non riesce a ritrovare uno spazio di privacy adeguato a casa, se abita in un piccolo appartamento che condivide con un partner, con i genitori, con i fratelli o con i figli.

Coronavirus: l’umorismo ci salverà

Coronavirus: l’umorismo ci salverà

A woman wearing sanitary mask takes a selfie in downtown Milan, Italy, Sunday, Feb. 23, 2020. In Lombardy, the hardest-hit region with 90 cases Coronavirus infections, schools and universities were ordered to stay closed in the coming days, and sporting events were canceled. (AP Photo/Antonio Calanni)

Coronavirus, se non possiamo cambiare il fuori pensiamo al dentro: l’umorismo ci salverà

Le radicali modifiche alle nostre abitudini di vita, necessarie a contrastare la diffusione dell’attuale nemico comune, creano una sospensione nel nostro sentirci vivere, una pausa nella continuità del nostro senso di identità personale. Non si discute sulla necessità di questo cambiamento, ma facciamo i conti con l’impatto che ha sulla nostra quotidianità.

Cerchiamo di trovare soluzione allo stupore, all’incertezza e alla paura per la minaccia a cui ci sentiamo sottoposti. Privati dei soliti ritmi frenetici che scandiscono le nostre giornate, vaghiamo per la casa a volte senza meta, sopraffatti dal senso di smarrimento e paura, con l’impressione a volte di dover utilizzare in maniera massimale il tempo che ci viene concesso, altre di subire lo scippo di un tempo che chissà se riusciremo mai a recuperare.

Esiste un modo giusto o più giusto, per vivere questi momenti? In generale il disagio psicologico è più spesso legato alla difficoltà di dare un significato al disagio stesso, all’incapacità di integrarlo all’interno del proprio senso di identità personale, come è comprensibile che sia in questo caso visto che la minaccia è esterna, imprevista e fuori dal nostro campo di controllo.

La psicologia ci insegna che quando non possiamo intervenire sugli eventi esterni possiamo intervenire sui sentimenti interni, provando a modificare il nostro punto di vista sugli eventi. È ormai riconosciuto che, alla fine, soffre meno e ha più probabilità di superare i momenti difficili chi riesce ad attribuire un significato e un senso a quello che sta vivendo e soprattutto chi riesce a proiettarsi in uno scenario futuro (V.Frankl).

Nei momenti difficili, dunque, vince chi si sforza di costruire nonostante tutto, scenari e progetti futuri, e riesca a far diventare costruttive anche le esperienze più brutte.

Proviamo a capire se questo stop può comunque avere un significato all’interno del nostro percorso di vita: se per esempio ci impedisce di realizzare un progetto, per il quale magari ci rendiamo conto di non essere ancora pronti; se ci costringe a rimandare decisioni che comunque non volevamo prendere; se ci permette di riflettere di più su qualcosa di importante da fare; se ci permette di prepararci meglio per un altro esame di vita. Insomma proviamo a far emergere l’aspetto positivo.

Cerchiamo di comprendere anche meglio la paura, sfruttando la funzione protettivache svolge e che ci spinge a evitare comportamenti a rischio per noi e per gli altri. Se è troppo forte e impedisce di realizzare qualsiasi attività forse non è solo una paura attuale ma è possibile che i rischi attuali si siano “alleati” ad altre paure e insicurezze personali o meglio, che le insicurezze personali e le paure che ci portiamo dietro amplifichino la percezione di rischi, contagi, conseguenze… anche al di là del dato reale.

L’antidoto psicologico alla paura è l’umorismo: vedere le cose da una prospettiva buffa è una delle armi più potenti che ha l’essere umano per prendersi gioco dei pericoli, per ridimensionare le paure, per creare distacco tra sé e le minacce, per sentirsi al di sopra dei rischi ed esorcizzare le eventualità. Lo confermano le migliaia di vignette, video, poesie, parodie che vengono prodotte alla velocità della luce, quasi a porsi come vaccino contro la velocità del contagio.

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Un bimbo può mandare in crisi una coppia. E i protagonisti di ‘Figli’ lo sanno bene

Un bimbo può mandare in crisi una coppia. E i protagonisti di ‘Figli’ lo sanno bene

Figli è la storia di Nicola e Sara, sposati, con una figlia di 6 anni, alle prese con la nascita del secondo figlio, che si rivela subito più impegnativo della sorella maggiore.

È indubbiamente apprezzabile nel film il ricorso all’ottava sinfonia di Beethoven per rappresentare il pianto del nuovo arrivato che avrebbe messo a dura prova la resistenza degli spettatori. Sappiamo bene quanto possa essere attivante il pianto di un neonato: straziante, assillante, allarmante, fatto per mobilitare velocemente l’ambiente circostante.

Notti insonni, perdita di spazi personali e della coppia, senso di non poter contare sull’aiuto di genitori e amici, sono all’origine per Nicola e Sara di frustrazioni e incomprensioni che aprono una crisi coniugale che sembra irrisolvibile.

Sono andata a vedere il film, tra gli altri motivi, perché incuriosita dai commenti critici girati in mailing list da alcuni colleghi sulla figura della pediatra guru che i due genitori consultano in piena crisi: secondo loro andava a sostituirsi a quella che avrebbe dovuto essere la presenza di uno psicologo.

In realtà, dopo la scena del primo colloquio con la suddetta, dentro di me ho tirato un sospiro di sollievo, perché per una volta non eravamo noi ad essere rappresentati con un’immagine professionale inadeguata. La pediatra sembrava offrire pochi strumenti ai due genitori, oltre che essere poco coerente nelle risposte con il problema e con le richieste presentati: i due genitori escono dal colloquio più disorientati di come erano entrati, con una parcella salata da pagare e una ricetta per centinaia di euro di medicine.

Poi, non contenti di come era andato il primo, i due tornano per un secondo colloquio. Nell’intervallo di tempo tra il primo e il secondo incontro la pediatra guru deve aver fatto un corso di aggiornamento, perché stavolta entra più nel merito delle dinamiche psicologiche (e questo effettivamente sarebbe stato gentile farlo fare a uno psicologo visto che è il suo ambito di competenza), e offre ai due esausti genitori una rilettura delle dinamiche relazionali in corso, che realmente aiuta i due a uscire dallo stato di confusione e a riorientarsi prendendo consapevolezza dello stato di cecità affettiva in cui si trovano e della necessità di affrontare il momento insieme, sforzandosi di rimanere presenti, di evitare “fughe”.

La cecità affettiva è abbastanza caratteristica dei momenti di crisi e sofferenza della coppia: nel nostro caso Nicola si aspetta di essere apprezzato per quello che fa, che gli sembra essere tanto per lo sforzo che gli costa (anche se poi riconosce che si confronta con un modello maschile tradizionale, quello di suo padre, in cui l’uomo in casa non muoveva un dito), e non si accorge degli sforzi e del disagio di lei. Sara vorrebbe essere più sostenuta e alleggerita nelle responsabilità, vorrebbe che lui la aiutasse a riprendersi i suoi spazi vitali, cosa che da sola non riesce a fare e a sua volta non coglie il disagio e gli sforzi di lui.

La coppia di Figli è in realtà una coppia anche “fortunata” perché i problemi arrivano con il secondo figlio, per molte coppie è il primo figlio a innescare la crisi, per questo motivo spesso rimane anche l’unico.

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Scrivere è il modo migliore per capire (e cambiare)il proprio mondo

Scrivere è il modo migliore per capire (e cambiare)il proprio mondo

La psicoterapia aiuta ad affrontare molteplici problemi, disturbi e difficoltà personali. Attraverso il colloquio e altri strumenti gli psicoterapeuti cercano di innescare il cambiamento.

Uno strumento molto utilizzato nella terapie psicologiche è la scrittura. 

Nei compiti a casa, gli homework, il paziente deve svolgere una serie di esercizi che amplificano il lavoro fatto durante la seduta. In particolare gli esercizi di autosservazione e la trascrizione dell’autosservazione stessa, costituiscono l’asse portante di molte psicoterapie di stampo cognitivista e cognitivo comportamentale.

E’ riconosciuto da più parti che la scrittura ha un ruolo importante nel favorire uno stato di equilibrio nell’individuo. 

Per sua natura, la mente umana cerca costantemente di comprendere quello che le accade. Siamo ossessionati da un’esperienza negativa proprio per il costante tentativo di comprenderla. Il modo migliore per farlo é trasformarla in parole. Al contrario il non farlo porta più facilmente a pensarci in continuazione, con un dispendio di energie mentali non impiegabili in altri progetti.(Pennebaker e Joshua).

Con l’invenzione della scrittura qualche migliaio di anni fa, i segni perdono il rapporto con le cose per legarsi ai suoni e il linguaggio comincia ad essere visualizzato. Con la visualizzazione avviene la separazione tra conoscente e conosciuto, tra la persona che pensa e il prodotto del suo pensiero.

Lo spazio tra chi parla e quello che dice, permette la crescita di un sé, di un senso di identità. Se prima dell’alfabeto e della scrittura, il problema principale era quello di immagazzinare e gestire l’informazione, con la scrittura il problema principale diventa quello di comprenderne il significato perché quello che una persona scrive rimane scritto, indipendentemente dalla persona stessa. Con il problema del significato nasce una sorta di condivisione comune.

Il linguaggio introduce la capacità di strutturare l’esperienza in sequenze, cioè di costruire un racconto con il susseguirsi di fenomeni, di sequenzializzare.

La sequenzializzazione diventa cronologica e il tempo diventa un fattore causale dello svolgersi delle cose. Ogni passaggio determina il successivo e si crea una distinzione tra il mondo interno e il mondo esterno.

Lo spazio del Sè che si crea con la scrittura permette lo sviluppo di un linguaggio mentale in grado di articolare il mondo interno, mondo che però è sprovvisto di descrizione: diventa necessario dare una nome a emozioni, sensazioni, attitudini, interessi, metterli in relazione tra loro, e costruire categorie concettuali astratte, adatte a ogni epoca. (V.F.Guidano)

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Joker spiega la psicoterapia: ecco come è diventato così

Joker spiega la psicoterapia: ecco come è diventato così

Joker spiega la psicoterapia: la sua risata come momento di massima sofferenza

Joker spiega la psicoterapia. Joker è un film che mette in scena l’importanza della ricostruzione narrativa nella comprensione di una storia di vita. La sua racconta come sia arrivato a essere quello che è. Conosciamo Joker per il suo rapporto con Batman, come un personaggio negativo che stimola sentimenti di rifiuto. Ma conoscendo la sua storia personale riusciamo a dare un senso e a comprendere (che, lo ricordo, non vuol dire giustificare) il significato dei suoi comportamenti; forse addirittura arriviamo a empatizzare con lui, che finora ci era apparso solo come un crudele assassino.

La sadica risata che conosciamo è il risultato dell’integrazione patologica di aspettative familiari (l’altrettanto patologica madre gli chiede costantemente di ridere), di una non maturata capacità di contenere le emergenze emotive e di probabili danni neurologici dovuti ai maltrattamenti subiti da piccolo. Quella che abbiamo sempre interpretato solo come segnale della sua cattiveria è soprattutto l’espressione della sua più grande sofferenza. Il personaggio mostruoso assume ai nostri occhi caratteristiche umane.

Quella di Arthur Fleck, futuro Joker, è una storia fatta di abusi, di negazione, di segreti familiari. Alla disfunzionalità dell’ambiente familiare si aggiunge l’emarginazione e la non considerazione dell’ambiente sociale, incapace di compensare le ingiustizie e le carenze subite.

Non solo Arthur perde il lavoro, ma anche l’assistenza sociale e con essa il sostegno psicologico e farmacologico che lo tenevano ancora nei limiti. Vittima di violenzeverbali e fisiche anche nella quotidianità extrafamiliare, Arthur si lascia andare all’istinto che lo porta a mettere in atto un progetto di violenza come reazione. Progetto che gli permette di ottenere, senza volerlo, una popolarità, anche se in negativo, prima impensabile. Arthur/Joker diventerà finalmente visibile e testimonial di tutti gli invisibili che la società ignora e che vedono in lui una possibilità di riscatto da una vita disgraziata.

La ricostruzione della storia ci fa vedere Joker sotto un’altra luce: ora sappiamo come è arrivato a diventare così. In generale l’essere umano è il risultato di un percorso di relazioni e il disagio psichico è il risultato di una storia relazionale disfunzionale. La ricostruzione della storia personale rende coerente comportamenti attuali, altrimenti incomprensibili.

È quello che accade nelle psicoterapie: l’atto terapeutico, a partire da sintomi e comportamenti apparentemente incomprensibili e disfunzionali, mira a ottenere una ricostruzione della storia della persona e, attraverso essa, a produrre un cambiamento. La costruzione dell’identità personale è un lavoro di individualizzazione e differenziazione dal mondo, in particolare dalle figure di riferimento significative; il che implica un modo di vederle e un modo di sentirsi con loro.

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