da patrizia mattioli | Giu 23, 2017 | Blog su Il Fatto Quotidiano

Un’emergenza internazionale
Tragedie come quella di Tamara, la bimba di 18 mesi morta per arresto cardiaco perché dimenticata in auto, sembrano diventate una triste ricorrenza della nostra quotidianità, si parla di emergenza internazionale per la frequenza con la quale questi casi si sono presentati negli ultimi vent’anni. Alcune analisi focalizzano l’attenzione soprattutto sul comportamento di dimenticanza rispetto al piccolo che non viene più visto come essere umano (ma viene gestito in modo pratico come un pacco che può anche essere dimenticato in macchina). Consideriamo però che spesso la persona che “dimentica” non considera più neanche sé stessa come essere umano e la sua giornata magari è un insieme di impegni che si susseguono senza soluzione di continuità. La persona non è più in grado di gestirli, ne è sopraffatta, le esigenze personali e quelle genitoriali vengono attivamente escluse.
La mancanza di riposo, la stanchezza, le variazioni nella routine quotidiana in generale influiscono sul comportamento anche del più affettuoso e attento dei genitori, i genitori di oggi si trovano poi più facilmente soli ad affrontare le responsabilità della crescita dei figli, sempre più alle prese con le frenesie e gli stress che caratterizzano la società moderna, sempre più soggetti a muoversi e funzionare in modo “automatico”, senza essere presenti e consapevoli nella relazione con se stessi e con i figli. Forse non è necessario essere affetti da una psicopatologia per incorrere in certi comportamenti, basta essere totalmente assorbiti dalle responsabilità lavorative, contemporaneamente essere preoccupati per il bilancio dell’economia e/o per l’organizzazione familiari, sapere di non poter contare su punti di riferimento validi in caso di necessità e alla fine, avere in auto un seggiolino nascosto e un bambino che dorme.
Si moltiplicano le raccomandazioni sul comportamento da tenere per prevenire i rischi, Il ministero della Salute raccomanda di lasciare gli oggetti personali come la borsa o il telefono sul sedile posteriore, accanto al seggiolino, per essere certi di controllare una volta scesi dalla macchina (sembra più sicuro non dimenticare una borsa e un cellulare che un bambino), raccomandazioni che sembrano quasi sostenere il comportamento automatico e stressare ancora di più il genitore che viene esortato ad aumentare il controllo su sé stesso, piuttosto che a fermarsi a riflettere, a prendere consapevolezza della qualità della vita che conduce.
Si moltiplicano anche le applicazioni e gli allarmi per segnalare il bambino in auto (il seggiolino con l’allarme, il portachiavi intelligente, le app che inviano messaggi d’emergenza), un controllo sempre più decentrato, basato su fattori esterni, allontana sempre di più da se stessi e crea le condizioni per ulteriori comportamenti a rischio. Per arginare il problema e se non ci sono alternative, utilizziamoli tutti questi i marchingegni che la tecnologia ci mette a disposizione (ma facciamolo con attenzione altrimenti rischiamo di spostare più avanti il problema: confidando sul controllo esterno, si potrebbe ritenere di tollerare livelli maggiori di stress, fino a che non succede qualche altra cosa di irreparabile), pensiamo però anche a come aiutare i genitori a svolgere bene la loro funzione: sosteniamo la famiglia e miglioriamo le condizioni di lavoro di tutti.
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da patrizia mattioli | Giu 21, 2017 | Blog su Il Fatto Quotidiano

Oggi 21 giugno iniziano gli esami di maturità, si discute spesso su quanto sia giusto mantenerli, quanto sia giustificato l’impegno economico per realizzarli rispetto al fatto che sono poco selettivi, il 99% degli studenti viene promosso. Comunque la si veda, rappresentano una delle prime prove importanti che i ragazzi devono affrontare, un rituale di passaggio tra la spensieratezza e la responsabilità, per questo incutono un grande timore da molto tempo prima che accadano. Le paure sono sempre le stesse e oscillano da quelle legate all’inaffidabilità, inadeguatezza e incapacità personale (paura di non riuscire a studiare a sufficienza, di non ricordare nulla, del giudizio degli esaminatori o dei compagni, di non farcela), a quelle legate all’inaffidabilità e pericolosità degli altri (paura di un commissario o di una commissione severi, di trovarsi di fronte a compiti troppo difficili, di ricevere domande infide).
C’è chi si sente più fragile agli esami orali e ha paura di leggere la disapprovazione nello sguardo degli esaminatori o degli auditori, chi ha il blocco da foglio bianco: lo scritto viene corretto in un secondo momento e non si ha il controllo sul giudizio. Sono preoccupazioni che indirizzano il comportamento. Alla sua maturità, Francesca non aveva proprio considerato la possibilità di essere capace, di fronte al compito di matematica aveva rinunciato subito, sbirciando il compito di un compagno vicino aveva buttato giù una soluzione che si era poi rivelata sbagliata, solo dopo a casa si era resa conto che avrebbe saputo farlo da sola, per l’agitazione e la sfiducia non l’aveva neanche davvero letto il testo. All’esame orale, Renato era rimasto imbambolato, aveva la commissione davanti, qualche compagno del quarto anno dietro (che voleva farsi un’idea di come funzionano gli esami): troppa attenzione addosso, non ricordava più nulla, ci aveva messo un bel po’ a capire che conosceva la risposta alle domande che gli stavano facendo gli esaminatori.
Il ricordo degli esami di maturità rimane impresso nella memoria e diventa un po’ il prototipo di come si affronteranno in seguito le difficoltà della vita. Per chi li vede ormai da lontano sembrano ben poca cosa rispetto a tutte le prove che la vita pone di fronte, per chi deve affrontarli sembrano un passo enorme. L’intensità della paura è direttamente proporzionale alle prospettive che si hanno rispetto allo scenario successivo, al dopo. L’esame può essere solo un momento di passaggio, un ostacolo che ci si è allenati a superare, se precede un progetto di vita e di futuro già abbastanza chiaro e definito. Può sembrare invece un ostacolo insuperabile se non si intravede ancora niente di preciso.
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da patrizia mattioli | Giu 13, 2017 | Blog OPL

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Una volta vicini
Anche un volta che sia stato superato il problema del primo contatto molti ragazzi e molte ragazze si sentono insicuri quando si trovano in compagnia di un coetaneo dell’altro sesso. Pensano di non sapere cosa dire, hanno paura di annoiare, si chiedono se il/la partner lo/la troverà attraente, cosa si aspetta e così via. Così molte delle energie vengono impegnate nel non far vedere questa insicurezza per paura di essere giudicati male, magari presi in giro o derisi. Se uno dei due risponde in maniera indefinita all’approccio non si sa come andare avanti.
Sono incertezze che tendono a diminuire man a mano che si acquisisce maggiore esperienza. Alle prime armi si tende a lasciar perdere interpretando l’incertezza dell’altro come un rifiuto, andando avanti invece si può capire che un’incertezza può significare anche altre cose: che l’altrol’altra non è pronto/a per una storia, oppure che non si aspettava l’approccio in quel momento, che ha bisogno di più tempo, ecc…..
L’appoggio del gruppo di amici è importante, ci si stimola a vicenda, ci si può aiutare per organizzare incontri con la persona che interessa, si può parlare delle proprie esperienze così che ognuno può imparare qualcosa anche dall’esperienza dell’altro e soprattutto ci si può appoggiare così che ad un’esperienza andata male non si dia troppa importanza.
Fino a dove spingersi?
Quando due ragazzi poi cominciano a flirtare si chiedono fino a che punto vogliono spingersi con il partner.
Sia il ragazzo che la ragazza tendono a fare le loro esplorazioni sessuali con partner più grandi, nelle ragazze più facilmente con un partner con cui hanno già un rapporto sentimentale.
La scelta del partner
Nel periodo adolescenziale la scelta viene fatta soprattutto in base all’aspetto esteriore del partner, che non significa necessariamente o soltanto aspetto fisico: tutti o almeno molti sono attratti dal ragazzo leader o dalla ragazza più carina della classe.
Essendo un periodo di grandi insicurezze per tanti motivi, non solo perché caratterizzato dalla sperimentazione su tanti campi sociali, la convalida esterna attraverso le doti pubblicamente riconosciute dell’altro può aiutare a compensare le proprie insicurezze. Il modo in cui si è visti dagli altri (per esempio come una bella coppia) fornisce un potente senso di conferma sul piano personale.
Nei rapporti confermanti, è importante che l’altro non sia troppo disponibile. Più è difficile da raggiungere, più risulta confermante. Rapporti di questo tipo tendono a durare poco e ad essere sostituiti, da rapporti con persone che meglio si adattano alle proprie caratteristiche personali.
Quando si sceglie un ragazzo o una ragazza in base alle conferme che il rapporto può fornire agli occhi degli altri (cioè se il rapporto permette di sentirsi considerati perché si sta con una persona che viene considerata), ci si sentirà sempre un pò inadeguati. Se si scelgono continuamente ragazzi o ragazze che fanno apparire straordinari prima o poi ci si sentirà annoiati o frustrati. E allora dopo un pò la storia finisce. Finché durano però non c’è niente di male nel lasciare che un rapporto aiuti a sentirsi più a proprio agio con se stessi mettendo in rilievo pregi che magari non si pensava di avere, alimentando così la propria autostima.
Perciò durante l’adolescenza e la prima giovinezza è più facile che i rapporti siano molti e relativamente brevi e che servano soprattutto a conoscere e maturare e a sapere chi si è in relazione agli altri.
La fine del primo rapporto
I primi rapporti finiscono perché uno dei due trova un altro partner che offre conferme maggiori (per esempio è più bello/bella), oppure perché uno dei due arriva prima alla fase successiva e comincia a desiderare un partner con cui ha più affinità. Succede che uno dei due prenda l’iniziativa e l’altro si trovi a subirla senza essere ancora pronto per il passo successivo. In questo caso ne risulta una sofferenza e un senso di disconferma. A questo punto la persona lasciata può cercare un altro rapporto confermante che compensi lo smacco subìto oppure che si tenga lontano dai rapporti affettivi, almeno per un pò, per paura di soffrire ancora, oppure che stabilisca un rapporto con un ragazzo o una ragazza che non ha nessuna delle caratteristiche confermanti o del partner ideale, ma con cui instaura un rapporto affettuoso che in questo modo svolge una funzione terapeutica per la ferita subita. Sono rapporti che durano il tempo necessario a curare la sofferenza.
Il primo rapporto importante è stato e sarà causa di sofferenza per la maggior parte degli adolescenti. Appena finisce sembra che il resto non abbia più importanza che non si riuscirà più a trovare un altro ragazzo o un’altra ragazza di cui si è così innamorati. L’esperienza dimostra poi che non è così.
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da patrizia mattioli | Mag 29, 2017 | Storia della psicologia

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Tre stili di attaccamento in relazione a tre stili di accudimento
Le idee di Bowlby vengono confermate dalle ricerche di Mary Ainsworth (1978) – a sua volta influenzata dalle formulazioni teoriche dello psicoanalista – che attraverso la Strange Situation aveva osservato lo sviluppo dell’attaccamento in numerose coppie madre-bambino.
Nella Strange Situation o “situazione insolita” il bambino (di età compresa tra i 12 e i 18 mesi) viene accompagnato dalla madre in una stanza da gioco dove non è mai stato prima e in cui poi entra anche una persona estranea. Tutto ciò che avviene nella stanza, a partire dall’ingresso del bambino, è filmato per essere poi accuratamente osservato, alla ricerca di invarianti comportamentali nella condotta di vari gruppi di bambini. La madre si siede e si osserva come il bambino gioca e interagisce con lei e l’estranea. Poi la madre, istruita precedentemente ad agire così, si alza ed esce dalla stanza. Qui si osserva la reazione del bambino alla separazione. Dopo un massimo di tre minuti di separazione, la madre rientra nella stanza e invita il bambino a un abbraccio. Si osserva a questo punto la reazione del bambino alla riunione con la madre e di nuovo quando la madre torna a sedere, si osserva l’interazione del bambino con la madre, l’estranea e l’ambiente circostante, dopo la prima sequenza di separazione-riunione. Seguono altri episodi di separazione e riunione tutti di breve durata per un totale di circa mezz’ora.
Nelle migliaia di coppie madre-bambino osservate, sono stati effettivamente evidenziati tre stili fondamentali di attaccamento in relazione a tre stili di accudimento materni:
a) attaccamento insicuro evitante;
b) attaccamento sicuro;
c) insicuro ambivalente.
Più recentemente è stato scoperto un quarto tipo di attaccamento definito disorganizzato che può essere considerato come uno stile di attaccamento a se stante o come la disorganizzazione di uno degli altri stili nel caso in cui la figura di attaccamento è anche fonte di paura.
Vediamo ora per grandi linee come si manifesta dalla nascita il sistema di attaccamento.
Il bambino nasce in uno stato di grande immaturità. Per questo il sistema d’attaccamento umano, diversamente dalle altre specie, impiega diversi mesi per manifestarsi; solo dopo sei mesi il bambino comincia a ricercare la vicinanza di una figura preferita, a tranquillizzarsi se questa è presente e a protestare se si allontana.
I bambini appena nati non sono in grado di distinguere una persona dall’altra, ma reagiscono intensamente al contatto umano e la vista del volto umano stimola più interesse di altre figure. Verso la quarta settimana si attiva la risposta del sorriso che segna l’inizio del rapporto di reciprocità tra il bambino e chi si occupa di lui. Il sorriso del bambino stimola un sorriso di risposta nella madre (o nel padre): quanto più lei risponde al sorriso tanto più il bambino continua a sorridere e così via.
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da patrizia mattioli | Apr 7, 2017 | Storia della psicologia

Lo sviluppo di un caratteristico stile di relazione
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Il susseguirsi di richieste di attaccamento da parte del piccolo e offerte di accudimento da parte della madre, dice J. Bowlby, permette la costruzione di una particolare relazione in cui si esprime un particolare modo di manifestare il comportamento di attaccamento: con richieste dirette di aiuto, l’espressione aperta del disagio e la protesta se non si ottiene l’accudimento.
Attraverso la relazione con la propria figura d’attaccamento ogni individuo sviluppa un suo caratteristico stile di relazione (cioè un personale modo di mettersi in rapporto con gli altri significativi), a cui corrispondono interiormente i “modelli operativi interni” di sé rispetto agli altri, che utilizza per mettersi in relazione con loro (J. Bowlby – come i cognitivisti – ritiene che gli essere umani abbiano nella mente una mappa del mondo che utilizzano per fare previsioni, controllare e manipolare il proprio ambiente. Più precisamente egli ritiene che noi abbiamo una mappa di noi stessi, degli altri, e della relazione, i modelli operativi interni appunto, che sono la generalizzazione delle relazioni con le prime figure di attaccamento).
La sensazione di poter esprimere direttamente una richiesta di aiuto da parte del bambino, sarà in relazione all’aspettativa basata sull’esperienza, che questa richiesta venga accolta o meno dalla madre. La qualità delle risposte più ricorrenti alle richieste di vicinanza e conforto, viene considerata la variabile ambientale più importante nella costruzione dei modelli operativi interni di sé nel mondo.
La nevrosi allora è il risultato dello sviluppo di modelli operativi interni inadeguati, difettosi. J. Bowlby distingue tra attaccamento sicuro e attaccamento ansioso.
Nell’attaccamento ansioso al bambino si pone il problema di mantenere l’attaccamento con una madre (o un padre,..) imprevedibile e rifiutante. I modelli operativi interni in questo caso, non saranno basati su un’adeguata rappresentazione di sé e degli altri, ma sull’essere all’altezza di, nel tentativo di adattarsi alle caratteristiche della madre (o del padre,..) e massimizzare le possibilità della sua risposta di accudimento e di protezione. In queste condizioni, le strategie che il bambino può adottare per mantenere l’attaccamento sono due: quella dell’evitamento e quella dell’adesione, che conducono rispettivamente allo sviluppo di un attaccamento evitante o ambivalente.
Nell’attaccamento evitante, il bambino cerca di sminuire l’importanza dei propri bisogni di protezione e cura allo scopo di prevenire il rifiuto da parte della madre (già più volte sperimentato in passato), rimanendo con lei in un contatto distante.
Nell’attaccamento ambivalente invece, il bambino si aggrappa alla madre in un bisogno esagerato di contatto. Qui il sistema comportamentale dell’attaccamento è attivato in maniera abnorme per aumentare le probabilità di orientare su di sé le attenzioni di una figura di attaccamento che, in base alle esperienze passate, il bambino considera imprevedibile e discontinua.
L’utilizzo di queste strategie comporta ovviamente delle restrizioni sul piano comportamentale (esplorazione bloccata o compulsiva per l’insicurezza sulla disponibilità della figura di attaccamento), che sul piano emotivo (esclusione dalla coscienza dei bisogni e dei sentimenti che non vengono riconosciuti dalla figura di attaccamento), ma sono assolutamente funzionali al mantenimento dello stato minimo di relazione possibile con quella figura di attaccamento.
(segue)