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Gli studi di Lorenz fornivano la dimostrazione che i legami affettivi si possono formare senza che sia implicato il nutrimento contrariamente a quello che ritenevano gli psicoanalisti e i comportamentisti.
Bowlby ritenne che un processo simile all’imprinting potesse avvenire anche nella specie umana, con la differenza che negli esseri umani il periodo critico non è così breve e immediatamente dopo la nascita, ma si estende a gran parte del primo anno di vita e in questo caso non si parla di imprinting, ma di attaccamento.
Un’altra prova gli fu data dai lavori di Harry Harlow (1958), che confermavano l’esistenza dell’imprinting nei primati non-umani.

Nell’esperimento più famoso, scimmiette allevate senza madre erano poste in una gabbia contenente due surrogati di madri: una madre fatta di filo di ferro con al centro un biberon e una madre fatta di legno e ricoperta di stoffa. I risultati dell’esperimento dimostrarono che la variabile nutrizione non aveva alcun effetto sull’attaccamento preferito dalle scimmiette, tutte passavano la maggior parte della giornata attaccate alla madre di stoffa. Qualora fossero spaventate da qualche stimolo pauroso si aggrappavano ad essa e mostravano così di tranquillizzarsi.
Anche l’attaccamento nelle scimmie aveva un periodo critico: era forte se la scimmietta veniva esposta all’esperienza della madre di stoffa dai 30 ai 90 giorni di vita, se invece succedeva in età più avanzata avvenuta in isolamento, l’attaccamento era estremamente parziale e si annullava appena l’animale era un pò spaventato: si accoccolava e si dondolava monotonamente invece di aggrapparsi alla madre di stoffa in cerca di sicurezza.
Tali esperienze influivano sul comportamento adulto: queste scimmie mostravano difficoltà ad affezionarsi, mancanza di senso collaborativo, tendenza all’aggressività e completa assenza di reazioni sessuali. Questi effetti si riscontravano in modo ridotto ovviamente, anche nelle scimmie allevate con la madre di stoffa.

A sostegno delle sue ipotesi sull’importanza delle separazioni c’erano i lavori di René A.Spitz (1962).img_0950

Le ricerche di Spitz avevano indagato soprattutto gli effetti della mancanza di cure materne nei bambini ricoverati in brefotrofio. Le sue osservazioni provavano l’importanza determinante del rapporto con la figura materna per lo sviluppo dell’emotività, della psicomotricità e del linguaggio del bambino.
In questi bambini Spitz aveva studiato e descritto la sindrome nota come ospitalismo, i cui sintomi principali consistevano in un generale ritardo nello sviluppo. Spitz aveva notato che la psicomotricità di questi bambini era talmente compromessa che a volte a 4 anni, avevano difficoltà nella deambulazione, incapacità ad alimentarsi e vestirsi da soli e una quasi totale incapacità a controllare gli sfinteri. Il linguaggio era costituito da poche parole, a volte addirittura assente. I comportamenti emotivi risultavano bloccati, l’espressione mimica era rudimentale, la percezione di sé molto incerta per cui i bisogni fondamentali (fame, sete, …) non erano distinti e espressi; di fronte allo specchio questi bambini rimanevano indifferenti ed erano incapaci di rapporti sociali.
Anche nel caso che il bambino aveva goduto per 5 o 6 mesi di un buon rapporto con la madre e poi, per vari motivi veniva privato di questo contatto, si avevano cambiamenti comportamentali evidenti dopo le prime 4 settimane di separazione: il bambino piagnucolava, rifiutava il cibo, non dormiva, contraeva infezioni ricorrenti, a poco a poco rifiutava i contatti con le persone e le cose. Questo quadro clinico definito depressione anaclitica era regredibile se il bimbo poteva ricongiungersi con la madre entro 5 o 6 mesi, anche se poi mostrava un particolare tipo di adattamento: di accomodamento e gentilezza con tutti in superficie, con una repressione delle proprie necessità emotive.

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