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Stepchild adoption e svalutazione dell’affettività

È stata persa un’altra opportunità di sostenere il significato e il valore dell’attaccamento che un bambino costruisce con chi se ne prende cura, genitore biologico o adottivo che sia.

Lo stralcio dell’articolo sulla stepchild adoption della legge Cirinnà è la forma che assume il non riconoscimento di questi valori, atteggiamento che caratterizza il nostro scenario culturale. Chi si trova in queste situazioni deve poi sperare nel riconoscimento per altre strade magari attraverso giudici attenti che valutino con coscienza il singolo caso.

Il percorso parlamentare della legge lo sappiamo, è condizionato da necessità politiche per il rischio (così dicono) che l’articolo sulla stepchild stimoli il ricorso alla maternità surrogata in paesi dove è consentita.

Ma prima di tutto è importante normalizzare le situazioni di fatto delle famiglie dove i figli sono già presenti, di regolare la possibilità per il bambino di mantenere la continuità nei legami di attaccamento sia rispetto a chi rimane che rispetto a chi si allontana. Dal punto di vista psicologico è l’ennesima dimostrazione dell’atteggiamento prevalente nei confronti dell’affettività infantile, ma anche verso l’affettività in generale: è qualcosa che conta poco, quasi un effetto collaterale che può essere facilmente sacrificato.

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Rimanda indietro nel tempo fino agli anni 30 e 40 del secolo scorso, quando ancora non si parlava di attaccamento. Fino ad allora si riteneva che i bambini piccoli, non avessero capacità di relazione o di apprendimento e che il motivo per cui sviluppavano uno stretto legame con la madre fosse che lei lo nutriva. Si riteneva che la fame fosse un bisogno primario e la relazione personale un bisogno secondario, perciò non ci si creava il problema di separare i bambini dalle mamme e dai papà: se avevano bisogno per esempio di cure ospedaliere, venivano ricoverati da soli in reparti comuni, nella convinzione che il nutrimento regolare e le cure mediche fossero tutto quello di cui avevano bisogno, salvo stupirsi per l’alta incidenza di depressioni e scarsa reattività nei piccoli pazienti durante la degenza e per le conseguenze importanti sull’umore al rientro a casa.

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