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John Bowlby: la teoria dell’attaccamento

Ma come arriva ogni individuo a costruirsi un certo modo di conoscere la realtà piuttosto che un’altro? Quali aspetti della vita personale sono rilevanti in questo senso?
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Era chiaro che la radice dei problemi emotivi della vita adulta si dovesse far risalire ad eventi dell’infanzia, non era chiaro quali dovevano essere gli aspetti da considerare più importanti in questo senso.
Negli anni ’30, un filone della corrente psicoanalitica aveva cominciato a prendere in considerazione le relazioni oggettuali, cioè il rapporto con la madre, come area di studio per spiegare lo sviluppo delle nevrosi e della sofferenza psichica.
Fino ad allora si riteneva che i bambini di pochi mesi non avessero capacità di relazione o di apprendimento e che il motivo per cui sviluppavano uno stretto legame con la madre era che lei lo nutriva. Si riteneva che la fame fosse un bisogno primario e la relazione personale un bisogno secondario.
Gli studi successivi hanno dimostrato il contrario, il primo di questi è stato il lavoro di J. Bowlby.

John Bowlby (1907-1990), psichiatra, psicanalista, entra a far parte della Società psicoanalitica negli anni Trenta. In quel periodo la Società era divisa in due opposte fazioni guidate da una parte da Melanie Klein e dall’altra da Anna Freud, che si scontravano su alcuni aspetti teorici della psicoanalisi. Abbiamo visto che Freud considerava fondamentale il complesso edipico per lo sviluppo della nevrosi e si era occupato poco della relazione madre-bambino. La Klein introduceva invece l’importanza del rapporto con la madre soprattutto nei suoi aspetti fantasmatici, Anna Freud al contrario, rimaneva fedele al punto di vista paterno.
In questa atmosfera caratterizzata dalla lotta per la supremazia, Bowlby cercò di trovare un suo spazio portando avanti due discorsi: il primo, quello di dare scientificità alla psicoanalisi e di rivedere la teoria freudiana alla luce delle più recenti scoperte scientifiche, dei meccanismi di feedback e dei processi di informazione, il secondo di riconoscere all’ambiente un ruolo importante nell’eziologia delle nevrosi.
La base scientifica per la teoria, gli fu offerta dall’etologia. Bowlby rimase colpito dagli studi sull’imprinting di Konrad Lorenz (1949).

Il termine imprinting sta ad indicare quel fenomeno per cui i neonati uccelli appena usciti dal guscio tendono a seguire il primo oggetto che vedono in movimento e si comportano nei suoi confronti come se fosse la madre.
imageLorenz studiò inizialmente questo fenomeno in alcune specie di uccelli da cortile. Il suo lavoro dimostrava che la fissazione sull’oggetto (genitori o loro sostituti), poteva avvenire in un periodo di tempo breve, definito periodo critico, immediatamente successivo alla schiusa. Il forte legame che si creava nei confronti di una specifica figura materna poteva avvenire senza l’intermediazione del cibo perché molti piccoli uccelli si nutrivano da soli sin dalla nascita, catturando gli insetti.
Lorenz aveva osservato inoltre che esperienze di mancato imprinting avevano conseguenze sulla vita adulta. Individui che erano stati isolati durante il periodo critico, una volta adulti non riuscivano ad inserirsi nel gruppo naturale animale se non in posizioni gerarchicamente basse, caratterizzate da un disimpegno quasi totale nelle decisioni da prendere per la sopravvivenza del gruppo. Anche il comportamento sessuale risultava disturbato, animali allevati completamente dall’uomo nel periodo dell’accoppiamento rifiutavano i loro simili e cercavano di accoppiarsi con i loro allevatori umani.

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