Storia della Psicologia – J. Bowlby e la Teoria dell’Attaccamento – (30)

Storia della Psicologia – J. Bowlby e la Teoria dell’Attaccamento – (30)

Lo sviluppo di un caratteristico stile di relazione

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Il susseguirsi di richieste di attaccamento da parte del piccolo e offerte di accudimento da parte della madre, dice J. Bowlby, permette la costruzione di una particolare relazione in cui si esprime un particolare modo di manifestare il comportamento di attaccamento: con richieste dirette di aiuto, l’espressione aperta del disagio e la protesta se non si ottiene l’accudimento.
Attraverso la relazione con la propria figura d’attaccamento ogni individuo sviluppa un suo caratteristico stile di relazione (cioè un personale modo di mettersi in rapporto con gli altri significativi), a cui corrispondono interiormente i “modelli operativi interni” di sé rispetto agli altri, che utilizza per mettersi in relazione con loro (J. Bowlby – come i cognitivisti – ritiene che gli essere umani abbiano nella mente una mappa del mondo che utilizzano per fare previsioni, controllare e manipolare il proprio ambiente. Più precisamente egli ritiene che noi abbiamo una mappa di noi stessi, degli altri, e della relazione, i modelli operativi interni appunto, che sono la generalizzazione delle relazioni con le prime figure di attaccamento).
La sensazione di poter esprimere direttamente una richiesta di aiuto da parte del bambino, sarà in relazione all’aspettativa basata sull’esperienza, che questa richiesta venga accolta o meno dalla madre. La qualità delle risposte più ricorrenti alle richieste di vicinanza e conforto, viene considerata la variabile ambientale più importante nella costruzione dei modelli operativi interni di sé nel mondo.
La nevrosi allora è il risultato dello sviluppo di modelli operativi interni inadeguati, difettosi. J. Bowlby distingue tra attaccamento sicuro e attaccamento ansioso.
Nell’attaccamento ansioso al bambino si pone il problema di mantenere l’attaccamento con una madre (o un padre,..) imprevedibile e rifiutante. I modelli operativi interni in questo caso, non saranno basati su un’adeguata rappresentazione di sé e degli altri, ma sull’essere all’altezza di, nel tentativo di adattarsi alle caratteristiche della madre (o del padre,..) e massimizzare le possibilità della sua risposta di accudimento e di protezione. In queste condizioni, le strategie che il bambino può adottare per mantenere l’attaccamento sono due: quella dell’evitamento e quella dell’adesione, che conducono rispettivamente allo sviluppo di un attaccamento evitante o ambivalente.
Nell’attaccamento evitante, il bambino cerca di sminuire l’importanza dei propri bisogni di protezione e cura allo scopo di prevenire il rifiuto da parte della madre (già più volte sperimentato in passato), rimanendo con lei in un contatto distante.
Nell’attaccamento ambivalente invece, il bambino si aggrappa alla madre in un bisogno esagerato di contatto. Qui il sistema comportamentale dell’attaccamento è attivato in maniera abnorme per aumentare le probabilità di orientare su di sé le attenzioni di una figura di attaccamento che, in base alle esperienze passate, il bambino considera imprevedibile e discontinua.
L’utilizzo di queste strategie comporta ovviamente delle restrizioni sul piano comportamentale (esplorazione bloccata o compulsiva per l’insicurezza sulla disponibilità della figura di attaccamento), che sul piano emotivo (esclusione dalla coscienza dei bisogni e dei sentimenti che non vengono riconosciuti dalla figura di attaccamento), ma sono assolutamente funzionali al mantenimento dello stato minimo di relazione possibile con quella figura di attaccamento.

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Storia della Psicologia – J. Bowlby e la Teoria dell’Attaccamento – (29)

Storia della Psicologia – J. Bowlby e la Teoria dell’Attaccamento – (29)

 

La teoria dell’attaccamento

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Nell’uomo, una caratteristica dell’attaccamento è che tale comportamento viene indirizzato prevalentemente verso un’unica persona privilegiata (figura d’attaccamento), che coincide in genere ma non necessariamente con la madre biologica, la quale risponde alle richieste di aiuto e conforto del bambino con il corrispondente comportamento di accudimento.

La preferenza per una figura d’attaccamento non va intesa in senso assoluto: gli attaccamenti di un bambino piccolo possono essere immaginati come una gerarchia: solitamente, ma non necessariamente, con la madre al vertice, seguita da vicino dal padre (o, raramente, il padre seguito dalla madre), poi i nonni, i fratellini, gli zii e così via.

I bambini piccoli in grado di camminare, sono fortemente inclini a seguire le loro figure di attaccamento ovunque esse vadano. La distanza alla quale il bambino si sente a suo agio dipende da fattori come l’età, il temperamento, la storia dello sviluppo, dal sentirsi affaticato, spaventato o malato, aspetti questi che aumenteranno il comportamento di attaccamento. Separazioni recenti dalla figura di attaccamento (malattia, viaggi, etc….), indurranno una maggiore ricerca di vicinanza.
La consapevolezza di poter contare sulla protezione e il conforto della figura d’attaccamento in caso di necessità, crea uno stato di sicurezza emotiva da cui è possibile partire per l’esplorazione: esplorazione del mondo esterno e del proprio mondo interiore (i propri sentimenti, i propri pensieri).
Infine, la prova migliore della presenza di un legame d’attaccamento è l’osservazione della reazione alla separazione. Bowlby identificò la protesta come la risposta primaria provocata nei bambini dalla separazione dai genitori. Pianto, grida, urla, morsi, calci: questi che sembrano cattivi comportamenti sono la reazione normale alla minaccia del legame di attaccamento e presumibilmente hanno la funzione di cercare di ripararlo e, punendo chi si cura del bambino, di evitare ulteriori separazioni.

Una caratteristica importante dei legami di attaccamento è la loro resistenza anche di fronte a maltrattamenti e punizioni. Nell’esperimento di Harlow, le scimmiette si aggrappavano più forte alle madri di stoffa, anche quando da queste usciva un getto di aria compressa. Questo fatto è solo apparentemente inspiegabile: un fattore stressante (il getto d’aria appunto), stimola il comportamento di attaccamento anche se a fornirlo è la stessa figura che offre protezione.

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Storia della Psicologia – Bowlby – La teoria dell’attaccamento -(28)

Storia della Psicologia – Bowlby – La teoria dell’attaccamento -(28)

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J. Bowlby sin dall’inizio della sua professione si era occupato di bambini con problemi psicologici. Durante il suo lavoro aveva costatato come tutti i bambini che soffrivano di qualche forma di disagio psicologico (scarsa affettività, inclinazione al furto,…), avevano nella loro storia esperienze di deprivazione di cure materne e di separazioni.
Nel 1949 era stato incaricato di scrivere un lavoro sulla salute mentale dei bambini senza famiglia nell’Europa del dopoguerra, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), e questo gli aveva offerto l’opportunità di entrare in contatto con studiosi che come lui si occupavano dell’effetto sui bambini della separazione e della deprivazione di cure materne. Questo confronto aveva rafforzato in lui l’idea che l’inadeguatezza delle cure materne esercitasse un ruolo sfavorevole sullo sviluppo della personalità: i bambini piccoli che si trovavano separati da coloro che conoscevano e che amavano, provavano, non meno degli adulti, intense emozioni di dolore e tormento mentale con infelicità, proteste rabbiose, disperazione, apatia e ritiro in se stessi.
Gli effetti a lungo termine  delle separazioni e deprivazioni, potevano talvolta essere disastrosi e condurre alla nevrosi, alla delinquenza, alla malattia mentale o, comunque innescare il ciclo di deprivazione: il bambino emotivamente deprivato diventava da adulto un genitore trascurante o maltrattante.
Bowlby ne concluse che le cure materne nella prima infanzia e nella fanciullezza fossero essenziali per la salute mentale: per crescere psicologicamente sano il bambino deve poter sperimentare una relazione affettuosa, intima e continua con la madre (o con un suo sostituto), per un periodo di tempo abbastanza lungo. Si convinse inoltre che il bisogno di dipendenza affettiva non era una forma di immaturità da superare, ma una caratteristica fondamentale della natura umana.
L’idea della deprivazione materna come causa di malattie mentali era un concetto rivoluzionario per quei tempi anche se parliamo soltanto di cinquant’anni fa.

Basandosi sulle recenti conoscenze scientifiche, Bowlby sviluppò una nuova teoria della motivazione e del controllo del comportamento incompatibile con il modello basato sull’energia psichica adottato da Freud, che considerava ormai superato.
I concetti freudiani di pulsione e istinto furono sostituiti dal concetto di sistemi comportamentali controllati in modo cibernetico e organizzati come gerarchie di piani (seconda l’ottica cognitivista di Miller, Galanter, Pribram, 1960). I sistemi comportamentali (o sistemi motivazionali) sono comportamenti complessi che ereditiamo geneticamente, che regolano aspetti importanti del nostro rapporto con l’ambiente (delimitazione del territorio, difesa dai predatori, ecc….) e con gli altri individui (costruzione, consolidamento e rottura dei rapporti sociali). Sono comportamenti innati, che però dipendono dalle condizioni ambientali per il modo e il tempo in cui si manifestano in ogni individuo.
Alcuni comportamenti sono maturi alla nascita, per esempio quelli che regolano il ciclo sonno/veglia, l’alimentazione, e il comportamento di attaccamento (altri sistemi comportamentali, per esempio quelli che regolano l’unione sessuale, la competizione o la collaborazione, hanno bisogno di diversi anni per arrivare ad uno sviluppo completo).
Il comportamento di attaccamento presente e sviluppato fin dalla nascita dimostra la predisposizione primaria degli esseri umani (così come di altre specie) ad instaurare legami affettivi. La sua funzione è, sul piano individuale, quella di ottenere e mantenere la vicinanza di una figura rassicurante e protettiva ogni volta che ci si sente vulnerabili o minacciati nella propria incolumità protestando energicamente se tale vicinanza è negata o impossibile, e sul piano più generale di garantire la sopravvivenza e la riproduzione della specie.
Tale tendenza innata rimane attiva per tutta la vita anche se opera con maggiore intensità e frequenza nei primi anni, quando la vulnerabilità ai pericoli ambientali è maggiore, e minore la capacità di gestire da soli situazioni di disagio. Per i piccoli delle specie sociali infatti, ogni esperienza di solitudine, anche una breve separazione dalle figure di attaccamento, è un segnale di vulnerabilità potenziale ai pericoli ambientali, e quindi uno stimolo potente per l’attivazione del sistema potenziale dell’attaccamento (la protezione dai predatori era un’esigenza vitale nell’ambiente in cui si è evoluto l’uomo primitivo).

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Storia della Psicologia – J. Bowlby – La teoria dell’attaccamento – (27)

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Gli studi di Lorenz fornivano la dimostrazione che i legami affettivi si possono formare senza che sia implicato il nutrimento contrariamente a quello che ritenevano gli psicoanalisti e i comportamentisti.
Bowlby ritenne che un processo simile all’imprinting potesse avvenire anche nella specie umana, con la differenza che negli esseri umani il periodo critico non è così breve e immediatamente dopo la nascita, ma si estende a gran parte del primo anno di vita e in questo caso non si parla di imprinting, ma di attaccamento.
Un’altra prova gli fu data dai lavori di Harry Harlow (1958), che confermavano l’esistenza dell’imprinting nei primati non-umani.

Nell’esperimento più famoso, scimmiette allevate senza madre erano poste in una gabbia contenente due surrogati di madri: una madre fatta di filo di ferro con al centro un biberon e una madre fatta di legno e ricoperta di stoffa. I risultati dell’esperimento dimostrarono che la variabile nutrizione non aveva alcun effetto sull’attaccamento preferito dalle scimmiette, tutte passavano la maggior parte della giornata attaccate alla madre di stoffa. Qualora fossero spaventate da qualche stimolo pauroso si aggrappavano ad essa e mostravano così di tranquillizzarsi.
Anche l’attaccamento nelle scimmie aveva un periodo critico: era forte se la scimmietta veniva esposta all’esperienza della madre di stoffa dai 30 ai 90 giorni di vita, se invece succedeva in età più avanzata avvenuta in isolamento, l’attaccamento era estremamente parziale e si annullava appena l’animale era un pò spaventato: si accoccolava e si dondolava monotonamente invece di aggrapparsi alla madre di stoffa in cerca di sicurezza.
Tali esperienze influivano sul comportamento adulto: queste scimmie mostravano difficoltà ad affezionarsi, mancanza di senso collaborativo, tendenza all’aggressività e completa assenza di reazioni sessuali. Questi effetti si riscontravano in modo ridotto ovviamente, anche nelle scimmie allevate con la madre di stoffa.

A sostegno delle sue ipotesi sull’importanza delle separazioni c’erano i lavori di René A.Spitz (1962).img_0950

Le ricerche di Spitz avevano indagato soprattutto gli effetti della mancanza di cure materne nei bambini ricoverati in brefotrofio. Le sue osservazioni provavano l’importanza determinante del rapporto con la figura materna per lo sviluppo dell’emotività, della psicomotricità e del linguaggio del bambino.
In questi bambini Spitz aveva studiato e descritto la sindrome nota come ospitalismo, i cui sintomi principali consistevano in un generale ritardo nello sviluppo. Spitz aveva notato che la psicomotricità di questi bambini era talmente compromessa che a volte a 4 anni, avevano difficoltà nella deambulazione, incapacità ad alimentarsi e vestirsi da soli e una quasi totale incapacità a controllare gli sfinteri. Il linguaggio era costituito da poche parole, a volte addirittura assente. I comportamenti emotivi risultavano bloccati, l’espressione mimica era rudimentale, la percezione di sé molto incerta per cui i bisogni fondamentali (fame, sete, …) non erano distinti e espressi; di fronte allo specchio questi bambini rimanevano indifferenti ed erano incapaci di rapporti sociali.
Anche nel caso che il bambino aveva goduto per 5 o 6 mesi di un buon rapporto con la madre e poi, per vari motivi veniva privato di questo contatto, si avevano cambiamenti comportamentali evidenti dopo le prime 4 settimane di separazione: il bambino piagnucolava, rifiutava il cibo, non dormiva, contraeva infezioni ricorrenti, a poco a poco rifiutava i contatti con le persone e le cose. Questo quadro clinico definito depressione anaclitica era regredibile se il bimbo poteva ricongiungersi con la madre entro 5 o 6 mesi, anche se poi mostrava un particolare tipo di adattamento: di accomodamento e gentilezza con tutti in superficie, con una repressione delle proprie necessità emotive.

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John Bowlby – La Teoria dell’Attaccamento – (26)

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John Bowlby: la teoria dell’attaccamento

Ma come arriva ogni individuo a costruirsi un certo modo di conoscere la realtà piuttosto che un’altro? Quali aspetti della vita personale sono rilevanti in questo senso?
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Era chiaro che la radice dei problemi emotivi della vita adulta si dovesse far risalire ad eventi dell’infanzia, non era chiaro quali dovevano essere gli aspetti da considerare più importanti in questo senso.
Negli anni ’30, un filone della corrente psicoanalitica aveva cominciato a prendere in considerazione le relazioni oggettuali, cioè il rapporto con la madre, come area di studio per spiegare lo sviluppo delle nevrosi e della sofferenza psichica.
Fino ad allora si riteneva che i bambini di pochi mesi non avessero capacità di relazione o di apprendimento e che il motivo per cui sviluppavano uno stretto legame con la madre era che lei lo nutriva. Si riteneva che la fame fosse un bisogno primario e la relazione personale un bisogno secondario.
Gli studi successivi hanno dimostrato il contrario, il primo di questi è stato il lavoro di J. Bowlby.

John Bowlby (1907-1990), psichiatra, psicanalista, entra a far parte della Società psicoanalitica negli anni Trenta. In quel periodo la Società era divisa in due opposte fazioni guidate da una parte da Melanie Klein e dall’altra da Anna Freud, che si scontravano su alcuni aspetti teorici della psicoanalisi. Abbiamo visto che Freud considerava fondamentale il complesso edipico per lo sviluppo della nevrosi e si era occupato poco della relazione madre-bambino. La Klein introduceva invece l’importanza del rapporto con la madre soprattutto nei suoi aspetti fantasmatici, Anna Freud al contrario, rimaneva fedele al punto di vista paterno.
In questa atmosfera caratterizzata dalla lotta per la supremazia, Bowlby cercò di trovare un suo spazio portando avanti due discorsi: il primo, quello di dare scientificità alla psicoanalisi e di rivedere la teoria freudiana alla luce delle più recenti scoperte scientifiche, dei meccanismi di feedback e dei processi di informazione, il secondo di riconoscere all’ambiente un ruolo importante nell’eziologia delle nevrosi.
La base scientifica per la teoria, gli fu offerta dall’etologia. Bowlby rimase colpito dagli studi sull’imprinting di Konrad Lorenz (1949).

Il termine imprinting sta ad indicare quel fenomeno per cui i neonati uccelli appena usciti dal guscio tendono a seguire il primo oggetto che vedono in movimento e si comportano nei suoi confronti come se fosse la madre.
imageLorenz studiò inizialmente questo fenomeno in alcune specie di uccelli da cortile. Il suo lavoro dimostrava che la fissazione sull’oggetto (genitori o loro sostituti), poteva avvenire in un periodo di tempo breve, definito periodo critico, immediatamente successivo alla schiusa. Il forte legame che si creava nei confronti di una specifica figura materna poteva avvenire senza l’intermediazione del cibo perché molti piccoli uccelli si nutrivano da soli sin dalla nascita, catturando gli insetti.
Lorenz aveva osservato inoltre che esperienze di mancato imprinting avevano conseguenze sulla vita adulta. Individui che erano stati isolati durante il periodo critico, una volta adulti non riuscivano ad inserirsi nel gruppo naturale animale se non in posizioni gerarchicamente basse, caratterizzate da un disimpegno quasi totale nelle decisioni da prendere per la sopravvivenza del gruppo. Anche il comportamento sessuale risultava disturbato, animali allevati completamente dall’uomo nel periodo dell’accoppiamento rifiutavano i loro simili e cercavano di accoppiarsi con i loro allevatori umani.

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Storia della Psicologia – Il cognitivismo-(25)

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Storia della Psicologia – Il cognitivismo – (25)

Parallelamente Liotti si è occupato e si occupa tuttora delle discontinuità della coscienza.
Liotti considera i disturbi dissociativi come un meccanismo di difesa della mente di fronte ad eventi traumatici insostenibili, essi sono legati alla costruzione di modelli operativi interni multipli a loro volta dovuti allo strutturarsi di un attaccamento di tipo disorganizzato (vedi pag. ) con genitori: maltrattanti o gravemente depressi per un lutto o affetti da disturbi mentali.image
Il collegamento che fa Liotti tra attaccamento e disturbo della coscienza permette alla terapia cognitiva di aprire la strada alla cura dei disturbi più gravi prima poco praticabile. Il suo punto di vista infatti prevede che gli interventi terapeutici siano focalizzati soprattutto sulla relazione tra terapeuta e paziente e prescindano quindi dalla qualità delle funzioni mentali.

Un interesse attuale all’interno della psicoterapia cognitiva è quello per la comprensione degli aspetti caratteristici dei paradossi nevrotici. Perché i comportamenti problematici vengono giudicati dal soggetto come involontari e i processi mentali che li provocano come estranei a sé e perché un comportamento problematico si mantiene nel tempo nonostante gli sforzi del soggetto per modificarlo?
Soprattutto F.Mancini ha cercato di rispondere a queste domande. F.Mancini ritiene che il paradosso nevrotico abbia senso all’interno di un sistema di scopi e credenze: quello che a un osservatore esterno può apparire un conflitto di scopi può essere nella mente del soggetto funzionale al raggiungimento di scopi intermedi non immediatamente evidenti ad un osservatore esterno. L’autore ritiene che il paradosso nevrotico sia sostenuto da meccanismi di autoinganno (che consistono nel cercare di modificare la realtà piuttosto che conoscerla) che non sono tipici del paradosso nevrotico ma presenti anche nella condotta comune e normale (è un esempio di autoinganno il caso in cui evitiamo di andare a vedere i risultati di un esame: non sapere il risultato può dare l’illusione di essere stati promossi).

Il cognitivismo clinico si presenta dunque come un campo eterogeneo ancora in via di sviluppo. Chi si avvicina alla terapia cognitiva può incontrare indistintamente un terapeuta cognitivista standard, o un costruttivista, o un post-razionalista,….cognitivismo
Abbiamo detto che quello che accomuna i diversi orientamenti è l’importanza data alle strutture di significato e ai processi di elaborazione della conoscenza. Bisogna aggiungere che esse hanno in comune anche lo scopo che è quello di migliorare nell’individuo che vi fa ricorso quella che oggi viene chiamata la funzione metacognitiva : la capacità di riflettere sui propri stati e processi mentali, di comprendere gli stati e i processi mentali degli altri, di utilizzare queste capacità per risolvere i propri problemi e ridurre la propria sofferenza.

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