Elementi di psicologia estetica: il legame tra autore e fruitore (I parte)

Elementi di psicologia estetica: il legame tra autore e fruitore (I parte)

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Cosa lega un autore a chi guarda la sua opera?

L’esperienza estetica è il momento di incontro di un autore e un fruitore. La psicologia estetica è volta all’analisi di questo incontro, alla comprensione e spiegazione degli aspetti della creazione artistica e dell’apprezzamento estetico. Cosa motiva un artista a creare? quali processi psichici sono implicati nella creazione artistica? cosa spinge una persona verso l’arte? quali meccanismi vengono attivati nella percezione artistica?
L’interesse della psicologia estetica è rivolto alle arti visive, e a tutto ciò che nasce con l’intenzione di stimolare un’esperienza estetica: la musica, la letteratura, ecc…. artisti, musicisti, poeti, costruiscono le loro opere seguendo percorsi meticolosi, a partire da un tema preparano, elaborano, concludono mentre i fruitori, cercano, osservano, analizzano, sentono.

La psicologia scientifica ha sempre studiato a fondo i prodotti dell’arte e dell’estetica, per arrivare a conoscere i meccanismi percettivi e visivi, i processi cognitivi, la fantasia ,l’immaginazione, la personalità dell’artista con la sua storia di vita, così come le vicende e le caratteristiche di chi ne fruisce.
L’artista avrebbe prodotto la stessa opera se avesse avuto una vita diversa? Il fruitore avrebbe apprezzato lo stesso dipinto o brano, o monumento, se avesse avuto esprienze diverse?

L’estetica sperimentale è stata forse la prima forma di studio all’interno della psicologia, nuova disciplina scientifica che si andava affermando.
Nel 1860 Gustav Theodor Fechner pubblica i suoi Elementi di psicofisica, è lo studio sperimentale del rapporto che intercorre tra stimoli fisici e relative esperienze psicologiche, pochi anni dopo, nel 1876 raccoglie le sue ricerche nel campo dell’arte nell’opera Avviamento all’estetica, poco prima che Wundt (1879) fondasse il primo laboratorio di psicologia sperimentale,.
Sono poste le basi metodologiche e teoriche dell’estetica sperimentale, la psicologia sperimentale applicata al prodotto artistico. Si studiano le reazioni di piacere/dispiacere di fronte allo stimolo estetico, e la preferenza per stimoli di carattere estetico.

La teoria psicoanalitica promuove qualche anno più tardi, siamo all’inizio del ‘900, nuovi e importanti sviluppi nel settore degli studi dell’arte focalizzati su un ipotizzato legame esistente tra impulsi creativi e motivazioni profonde, con l’obiettivo di comprendere gli elementi irrazionali e intuitivi insiti nelle produzioni artistiche, fino a quel momento valutate soltanto per il contenuto apparente
.Nella sua analisi delll’opera d’arte Freud si muove prevalentemente in due direzioni: una volta a comprendere l’opera e decifrarne il messaggio, l’altra volta a comprendere il rapporto dell’opera con la vita dell’artista che l’ha prodotta, con particolare attenzione al periodo dell’infanzia. E’ nella prima direzione che si collocano i suoi saggi sulla Gradiva di Jensen e sul Mosè di Michelangelo, mentre nella seconda il saggio su Leonardo, dove prova a superare la barriera tra normale e patologico.
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Per Freud l’arte, come il sogno è una forma di appagamento sostitutivo:: l’artista ha interrotto il rapporto con la realtà e attraverso le sue opere artistiche cerca di ricostruire questo rapporto, grazie alla fantasia può realizzare i suoi desideri più nascosti, le opere sono elementi tangibili del suo recupero.
L’arte si colloca per Freud in una regione intermedia tra realtà frustrante e fantasia appagante.
Per Melanie. Klein, allieva di Freud, la produzione artistica è un tentativo di riparazione legato alla fantasia inconscia di aver distrutto l’oggetto buono., per Chasseguet-Smirgel, rappresentante della scuola freudiana francese, l’opera creativa ha la funzione di riparazione del soggetto stesso che crea, per Jung l’opera d’arte non è il risultato di un conflitto o di una malattia ma di una vita psichica indipendente dalla coscienza che, attraverso l’analisi, può rivelare i suoi aspetti simbolici di immagini primordiali

(Segue)

La depressione – Una profonda tristezza

Alle soglie dell'eternità Van Gogh

Van Gogh – Alle soglie

dell’eternità

La depressione – Una profonda tristezza

La depressione o melanconia è quell’alterazione dell’umore che si manifesta sotto forma di profonda tristezza, con riduzione dell’autostima e bisogno di autopunizione.

La psichiatria classica descrittiva, distingue tra depressione endogena e depressione reattiva per differenziare l’alterazione dell’umore che nasce da origini interne all’individuo (endogena) da quella reattiva ad avvenimenti luttuosi o tristi(reattiva).

Secondo più recenti modelli teorici di riferimento, definiti esplicativi (come per esempio l’approccio cognitivista post razionalista), questa distinzione non esiste dal momento che il vissuto soggettivo è unico anche se può essere originato sia da stimoli esterni, riconoscibili – eventi luttuosi o tristi appunto – a chi osserva, che da stimoli interni meno evidenti anche a chi è a stretto contatto con il soggetto.

Lelemento centrale della caduta depressiva dell’umore è la perdita, perdita che può essere una perdita affettiva, per esempio dovuta alla separazione più o meno definitiva da una figura significativa, oppure di altra natura: perdita del lavoro, della stabilità economica, dell’immagine consapevole di sé o di una figura significativa, perdita della sintonia nella coppia, ecc..

La depressione si manifesta attraverso una serie di segnali cognitivo-emotivo-comportamentali precisi: demotivazione, perdita di interesse verso gli obiettivi principali della vita, perdita di fiducia nel futuro, attività mentale rallentata, diminuita, inefficiente, l’attività motoria e le cure personali possono gradualmente ridursi, è presente un sentimento costante di stanchezza e stancabilità.

L’insonnia è spesso uno dei sintomi iniziali, così come l’inappetenza, la diminuzione dell’interesse sessuale, la diminuzione delle funzioni epato-biliari, la tristezza profonda con sensi di colpa accompagnati da un’autoaccusa continua e senso di indegnità personale e autodisprezzo. Perdita di iniziativa e di progettualità.

Il desiderio di morte è una delle sfaccettature del vissuto depressivo.

A volte la depressione può manifestarsi in forma di ciclotimia ovvero di alternarsi di cadute dell’umore ed euforia oppure di oscillazioni tra vissuti di disperazione e rabbia.depressione

Fasi depressive attraversano la vita di tutti gli individui come episodi legittimi e comprensibili, il soggetto si ritira gradualmente dalla scena sociale e ripiega su se stesso, è un processo fisiologico mirato a diminuire il flusso di informazioni in entrata e il recupero delle risorse personali per migliorare le proprie condizioni, cosa che avviene quando l’individuo ha in sé gli strumenti e la consapevolezza per superare lo stato depressivo.

Se l’individuo non possiede gli strumenti o non ne ha consapevolezza, lo squilibrio depressivo prende forme più marcate.

Come tutte le altre reazioni affettive, anche la depressione ha la sua ragione di essere perchè, portando l’individuo a ripiegare su se stesso, permette il recupero dell’equilibrio rotto dalla sofferenza. Diventa disfunzionale se rimane un tratto stabile dell’umore dell’individuo e il ripegamento su se stessi non conduce ad un recupero emotivo ma ad un isolamento sempre più marcato.

In questi casi è auspicabile un aiuto esterno che. data le caratteristiche della sofferenza, è particolarmente difficile ricercare per il depresso. Quando un individuo depresso riesce ad attivarsi e chiedere una qualsiasi forma di aiuto, è già avanti nel suo processo di cambiamento.

C’è colpa e senso di colpa

Il falso specchio

Il falso specchio

C’è colpa e senso di colpa

La colpa è l’infrazione volontaria o involontaria di una norma, il senso di colpa invece è l’emozione che accompagna la violazione di una norma. La colpa è un’azione che comporta un prezzo da pagare sia come punizione, che come risarcimento del danno eventualmente creato.

Quando le norme sono chiare ed esplicite, è relativamente facile e consapevole stabilire se si è commessa una colpa. Per esempio è reato rubare e si è generalmente d’accordo su cosa si intenda per rubare, chi ruba sa che potrà andare incontro ad una serie di conseguenze. La colpa fa perciò riferimento a un dato oggettivo riscontrabile anche da persone esterne a chi compie l’azione. Chi commette un reato può senza difficoltà riconoscere la propria colpevolezza senza che questo stimoli necessariamente in lui sentimenti di colpla, magari ritiene di aver agito per una giusta causa, diciamo che ha rubato al ricco per dare al povero e non si senta affatto in colpa per questo, oppure si sente in diritto di rubare perché ha avuto una vita sfortunata, ecc…

Il senso di colpa è la sensazione soggettiva di essere immorali e riprovevoli a causa delle proprie azioni, e non implica necessariamente la commissione di un reato.. Non è reato per esempio tradire le aspettative di un genitore o di un partner, ma può essere fonte di forti sensi di colpa per essere venuti meno ad un contratto implicito con loro, alle loro aspettative.

Il senso di colpa è un’emozione sociale perché fa riferimento al proprio giudizio, ma soprattutto a quello degli altri rispetto all’idea di danno o di norme trasgredite.

Rientra tra le cosiddette emozioni secondarie, cioè non innate contrariamente alla rabbia, alla tristezza, alla gioia, alla paura, alla sorpresa, al disgusto.

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Le emozioni secondarie sono quelle indotte socialmente dal contesto in cui l’individuo vive, e da cui è influenzato e pressato alla conformità e hanno l’importante funzione di stabilizzatori dell’unità comunitaria .Il senso di colpa, segnalando il tradimento di una norma o di un valore sociale spinge a recuperare, a rimediare al danno recato e riaderire alla norma infranta.

Come tutte le emozioni, è uno stato assolutamente soggettivo e può risultare completamente incomprensibile dall’esterno se fa riferimento a norme implicite personali e familiari.

La sua intensità si manifesta lungo un continuum che va dal senso di colpa lieve, tollerabile,che spinge verso l’adattamento alle regole familiari, sociali e culturali, all’intensità distruttiva che vuole punizione e dolore per gli errori commessi fino alla psicopatologia. La colpa ha un ruolo educativo nel processo dello sviluppo morale del bambino per il carattere punitivo associato alle trasgressioni. Aiuta ad apprendere i concetti di moralità, di libertà, di giustizia, di rispetto, di dignità che sono fondamentali per l’integrazione in una comunità.

Esperienze traumatiche o carenze affettive danno origine a patologie della colpa che impediscono alla persona di interagire adeguatamente con gli altri. La flessibilità o rigidità delle norme a cui si è sottoposti e la possibilità o impossibilità di recuperare il danno arrecato, saranno indicatori della severità del senso di colpa. Norme rigide, e scarse o nulle possibilità di recupero daranno luogo a sensi di colpa prepotentii e intensi con una grande paura di essere puniti e forti sentimenti di indegnità.

Il senso di colpa può essere utilizzato in una funzione manipolatoria per influenzare il comportamento degli altri: se suscitato in un’altra persona può spingerla verso comportamenti che consentono a chi lo stimola, di ottenerne vantaggi.

Si può attenuare il senso di colpa? Forse, sì se consideria nei suoi aspetti costruttivi: sentirsi in colpa per la sofferenza di qualcuno, significa attribuirsene la responsabilità, ma anche mettersi al centro del mondo di quella persona, in qualche modo riconoscersi una centralità. Ridimensionare la centralità può diminuire l’intensità del senso di colpa (a volte ci si sente in colpa anche solo in seguito ad uno sguardo dell’altro che può essere riferito a vicende estranee).

Il senso di colpa lo conosciamo tutti, ma per alcuni scandisce la quotidianità e molte scelte sono fatte per evitare di provarne, senza valutare se (quelle scelte), sono coerenti con i propri obiettivi personali.

La corda sensibile - Renè MagritteQualsiasi comportamento o scelta fatta secondo criteri personali, che cioè non aderiscono alle aspettative delle persone significative, può generare e quasi sempre genera sensi di colpa. Questo non ha necessariamente un’accezione negativa, anzi può essere segnale di una maggiore individuazione e maturità, e il senso di colpa essere il piccolo prezzo da pagare per l’autonomia personale

Abbiamo detto che il senso di colpa implica valutazioni e giudizi rispetto all’inadeguatezza, all’indegnità, all’essere o meno all’altezza della situazione. La responsabilità è invece legata al semplice fatto di agire, di avere generato una conseguenza con la propria azione.. Riconoscersi una responsabilità è ben diverso dall’attribuirsi una colpa.

La vergogna – Cos’è e a cosa serve?

Che cos’è la vergogna?

Il maestro di scuola - Renè Magritte

Il maestro di scuola – Renè Magritte

La vergogna è un’emozione dolorosa che provoca uno stato di sofferenza profonda nell’individuo che la prova. E’ un’emozione universale, legata soprattutto ai rapporti con gli altri e con la società ed è quasi impossibile da evitare.

La vergogna nasce dalla paura di perdere la faccia (di fare brutte figure) o dal dispiacere per averla già persa. Quando ci vergogniamo infatti temiamo di non riuscire o siamo dispiaciuti per non essere riusciti a dare agli altri e a noi stessi una buona immagine di noi.

Ogni volta che ci capita di non riuscire a mantenere l’immagine sociale e l’autostima ad un livello adeguato, noi proviamo vergogna. Si ritiene che sia proprio questo sentimento ad avvertirci che è stata o è possibile che venga compromessa la nostra immagine sociale o la nostra autostima . E’ per non doverci vergognare che spesso decidiamo di fare o non fare una certa cosa.

Ci sono situazioni che provocano vergogna probabilmente in tutti gli esseri umani, come inciampare per strada, avere il vestito sporco, o avere un grave difetto fisico. A parte queste, la vergogna non è provocata da qualsiasi tipo di valutazione negativa. Ognuno di noi ha delle aree personali in cui è più vulnerabile alla vergogna. Una persona può vergognarsi per aver perso una gara sportiva e un’altra no. Uno studente può vergognarsi di aver fatto male un compito in classe e un altro no. Ciò di cui ci si vergogna dipende dall’immagine che si vuole mostrare agli altri e a se stessi. Per questo proveremo vergogna per aver perso la gara sportiva soltanto se ci sembra importante essere giudicati bravi atleti. Inoltre di certe mancanze ci si vergogna solo con certe persone e di altri con altre; non ci si vergogna di tutto con tutti.

Ma la vergogna e le sue manifestazioni, hanno importanti funzioni a livello sociale. Chi si vergogna mostra di condividere certe regole anche se le ha momentaneamente infrante e questo ha la funzione di riaffermare le norme e i valori del gruppo. Un ragazzo per esempio, non si vergogna con gli amici di non portare la cravatta, perché questo non rientra nelle norme che regolano il suo gruppo, quindi il “portare la cravatta” non sarà rafforzato da questo, mentre invece si vergogna di non portare l’orecchino se tutti gli altri lo portano. Il vergognarsi dimostra che egli riconosce questa regola la considera importante e si rende conto di non averla rispettata

Una volta entrati nello stato d’animo della vergogna proviamo un forte desiderio di scomparire, di nasconderci, di fuggire. A questa sensazione interiore corrispondono sul piano espressivo soprattutto due reazioni: il rossore e la postura a testa bassa.  Sono comportamenti involontari che hanno l’effetto immediato di ridurre al minimo ogni forma di contatto e di interazione con gli altri. Sono segnali di sottomissione, soggezione, il cui scopo principale è probabilmente quello di informare gli altri che ci si vergogna e chiedere comprensione (di non essere puniti o emarginati troppo). Se ci capita di infrangere il codice stradale (per esempio per un sorpasso in curva) e veniamo colti sul fatto dalla polizia, l’atteggiamento e le sanzioni nei nostri confronti saranno probabilmente diverse se ci mostreremo mortificati per la violazione fatta e ne riconosceremo la gravità, o se cercheremo di negarla o sminuirla.

Certe volte, la sofferenza che si prova quando viene avvertita una perdita nei livelli di stima e autostima non è data soltanto dalla vergogna per il fatto contingente, ma anche dalla vergogna di vergognarsi il che aumenta notevolmente il dolore del vissuto emotivo: in questi casi chi si vergogna cerca di fare il possibile perché la sua emozione non venga percepita dagli altri, perché c’è anche il rischio di diventare oggetto di derisione più o meno manifesta e più o meno bonaria e quindi di provare ulteriore vergogna. Perché?

E’ opinione comune che la vergogna, frequente nell’età evolutiva soprattutto durante l’adolescenza, sia disdicevole nell’adulto. Questo perché è un’emozione considerata come sintomo di insicurezza e paura, di eccessiva dipendenza dal giudizio altrui e di scarse competenze sociali. Il mostrare vergogna inoltre, fa pensare a una certa incapacità di controllo sulle proprie emozioni, è perciò considerata in generale un segnale di immaturità.

Ci vergogniamo di vergognarci allora perché il mostrare vergogna attira l’attenzione degli altri su di noi e sul nostro difetto o sulla nostra gaffe e ne aggrava magari le conseguenze, perché preferiremmo preoccuparci meno del giudizio degli altri, e perché sappiamo che il vergognarsi è considerato segnale di insicurezza e immaturità.

Per gli stessi motivi ci capita di provare vergogna per gli altri e se percepiamo che la persona con cui stiamo parlando sta provando vergogna, fingiamo di non essercene accorti: vergognarsi è un’esperienza penosa sia per chi la prova sia per chi ne è testimone.

Al di la di questo la vergogna resta un’emozione umana, sociale che anche nell’eta adulta e tra le persone adeguatamente sensibili al giudizio altrui, spessonon pu; essere evitata.

Le Emozioni – Impariamo a conoscerle

L'albero - Gustav Klimt

L’albero – Gustav Klimt

 

Che cosa sono le emozioni?

Le emozioni sono reazioni affettive intense, provocate da stimoli interni o esterni all’organismo, caratterizzate da una fase acuta e di breve durata. Esse rientrano nel più ampio gruppo di stati psicologici denominato affetti tutte le emozioni sono affetti ma non tutti gli affetti sono emozioni – per esempio l’umore è uno stato affettivo di scarsa intensità che tende a perdurare nel tempo e per il quale è più difficile risalire alle cause che lo hanno determinato.

Ogni emozione è accompagnata da reazioni fisiologiche, espressioni facciali e comportamenti abbastanza caratteristici che la rendono riconoscibile anche dall’esterno. Così è facile per chi ci circonda capire se stiamo provando gioia, paura, rabbia o altro.

La psicologia del senso comune riteneva, e in parte ritiene tuttora, che le emozioni fossero contrapposte alla razionalità come se la psiche potesse essere scomposta in due parti: una positiva e razionale in cui operano la coscienza, il linguaggio e la ragione e una negativa e irrazionale in cui le emozioni e l’impulsività hanno il sopravvento. Si riteneva inoltre che le emozioni avessero un corso automatico, al di fuori della volontà dell’individuo, che fossero insomma qualcosa di scomodo, oltre che sgradevole, che era meglio reprimere.

Gli studi più recenti, di orientamento prevalentemente cognitivista, hanno elaborato punti di vista diversi.

In un primo tempo le emozioni sono state considerate come l’immediata conseguenza dell’elaborazione cognitiva della situazione vissuta dal soggetto (per esempio il trovarsi di fronte a un leone può essere valutato diversamente da una persona comune – che vi identificherà probabilmente un pericolo e proverà paura – rispetto a un domatore di leoni – che potrà valutarla come un’esperienza alla sua portata e proverà forse una qualche forma di eccitazione – e suscitare emozioni diverse in ognuno di loro), quindi come rilevanti nella regolazione del comportamento dell’individuo (ad esempio del comportamento di fuga).

Più di recente è stata sottolineata la stretta relazione che esiste tra emozioni e pensieri, non considerando però questi ultimi come determinanti nello sviluppo delle emozioni. Secondo questa posizione, le emozioni sono processi complessi che interagiscono con i processi cognitivi ma non sono necessariamente originati da questi, anzi alcune emozioni considerate fondamentali (la paura, la tristezza, la rabbia, la sorpresa, la gioia) sono probabilmente innate.

In quest’ottica le emozioni (e non la valutazione cognitiva) svolgono funzioni di adattamento sia per l’individuo che per la specie. Sul piano individuale l’emozione, per definizione intensa e perturbante, interrompe il corso dei pensieri (e/o delle azioni) della persona che la prova e ri-orienta la sua attenzione. Un’emozione di paura per esempio, informa della presenza di un pericolo ancora prima che la persona sia in grado di valutarlo cognitivamente.

L e emozioni considerate fondamentali come la paura, la rabbia, la tristezza, servono a proteggere/perseguire gli scopi evolutivi più semplici come mantenere i legami affettivi con le figure di attaccamento o segnalare pericoli e difendersi da essi e appartengono anche ad altre specie viventi. Altre emozioni considerate complesse, come la vergogna, la gelosia, l’invidia o il disprezzo appartengono agli organismi più evoluti e servono a proteggere/perseguire gli scopi legati all’autoconsapevolezza e all’immagine di sé (per esempio la stima e l’autostima).

Ad ogni emozione corrisponde un vissuto soggettivo del tutto personale e, come abbiamo detto, un’espressione del viso e un comportamento tipici, che permettono a chi ci sta intorno di riconoscere l’emozione che stiamo provando. Le emozioni servono perciò anche a conoscersi. Conoscere le emozioni di una persona sembra il sistema più rapido e affidabile per avere informazioni su di lei. Questo perché il linguaggio delle emozioni è involontario e perciò considerato sincero, immediato, e ha un significato indipendente dalle parole, quindi universale. Una diretta conseguenza di questo è che attraverso le emozioni che proviamo forniamo agli altri, nostro malgrado, anche informazioni scomode. Per questo, quando non ci si vuole far conoscere troppo, o se non si vogliono mostrare i propri punti deboli, si cerca di nascondere (per quanto è possibile) le proprie emozioni.

Le emozioni sono esperienze molto importanti della nostra vita: ci aiutano ad affrontare momenti particolari, ci permettono di comunicare con gli altri, di conoscerli e di farci conoscere. Possono essere piacevoli o spiacevoli ma in ogni caso danno senso e colore alla vita.

da: Itinerario di Psicologia

Che cos’è l’ansia, parliamone

Sintomi e luoghi per l’ansia

Che cos’è

L’ansia è uno stato emotivo soggettivamente spiacevole,
caratterizzato da sensazioni sgradevoli, come: stati di tensione e nervosismo e da sintomi fisiologici concomitanti come:: palpitazioni cardiache, tremore, nausea, vertigini.
A dispetto delle sensazioni sgradevoli che procura, l’ansia è un’emozione naturale e universale.  E’ solitamente generata da un meccanismo psicologico di risposta ad uno stress,.
L’ansia svolge la funzione di anticipare un possibile rischio, esterno o interiore, mettendo in moto specifiche risposte fisiologiche.
Ha perciò una funzione adattativa, volta a favorire il rapporto con l’ambiente: e con se stessi, anticipando le minacce e preparando all’azione, per esempio spingendoci all’impegno in alcuni compiti quotidiani (pensiamo alle attività che vanno portate a terminie, pur non volendo, per evitare la reazione o la disapprovazione degli altri)

L'urlo di Munch

L’urlo di Munch

I sintomi dell’ansia

Le oscillazioni ansiose variano da forme lievi, con minime accellerazioni del battito cardiaco e della frequenza respiratoria, a manifestazioni più importanti.

I sintomi più comuni delle forme più violente sono: tachicardia, senso di soffocamento, vertigini, giramenti di testa, sensazione di “venir meno” svenimento, cecità temporanee dolori allo stomaco, sudorazione dolori cardiaci, secchezza delle fauci, affanno, ecc….

I luoghi dell’ansia

Ci sono luoghi in cui più facilmente si scatenano le crisi di ansia per esempio in treno, in autobus, in metropolitana, in aereo, in autostrada.
Allo stesso modo i luoghi affollati appaiono intollerabili. Fare la coda è altrettanto sgradevole, sia in autobus che al cinema; che al supermercato.

Possono essere attivanti anche i luoghi chiusi come i tunnel, i ponti, gli ascensori, stare seduti dal parrucchiere o dal barbiere, dal dentista; o stare da soli in casa.

Alcune situazioni risultano a tal punto attivanti per la persona da spingerla a richiedere la continua presenza di qualcuno, parenti o amici o vicini.

Essere lontani da casa o in luoghi in cui si considera impossibile essere aiutati in caso di necessità; sono altre condizioni attivanti, così come il dover parlare in pubblico o lo stare fermi a parlare con un collega

Si può evitare’

L’ansia in quanto emozione umana, è importante per la sua funzione adattativa: ci avverte quando le condizioni interne o esterne cambiano, consentendoci di regolare il nostro comportamento.

Non si può evitare, ma si può imparare a gestirla, soprattutto si può imparare a comprenderne il significato e può diventare la molla di percorsi di cambiamento

Quando ricorrere ad una psicoterapia?

Quando le reazioni ansiose risultano inspiegabili. Quando il comportamento sembra più governato dall’ansia e dal bisogno di evitarla, che da reali obiettivi e bisogni personali, con progressivo restringimento del proprio campo di azione
Quando si vuole comprendere meglio il proprio modo di funzionare e il significato che ricopre l’ansia in quel deternminato momento della propria vita.