Videogiochi, dare significato alla dipendenza

Videogiochi, dare significato alla dipendenza

Lo smartphone, i videogiochi e la tecnologia, sono oggi parte integrante della nostra quotidianità e di quella dei nostri ragazzi: li divertono e li coinvolgono, tanto quanto preoccupano i loro genitori. Da più parti si alzano grida di allarme sui rischi legati all’utilizzo sfrenato di strumenti digitali e sono frequenti le richieste di consulenza su questo argomento.

Il papà di Alberto, secondo liceo, chiede un colloquio perché è preoccupato per suo figlio: da due mesi il suo rendimento scolastico è crollato e Alberto sembra aver perso la motivazione alla scuola, da alcuni giorni si rifiuta addirittura di andarci. E’ tutta colpa dei videogiochi secondo il padre, ultimamente si è appassionato a questa attività va con il cellulare in rete e ci sta per ore, trascurando tutto il resto.

La mamma di Riccardo, primo liceo, è molto preoccupata le sembra che suo figlio abbia un rapporto morboso con i giochi elettronici. Riccardo è un ragazzo tranquillo, un po’ chiuso, lei lo riprende quando gioca troppo, lui si ritira in se stesso, a volte piange.

Da qualche mese ha problemi a scuola. Hanno provato a togliere la consolle per eliminare una distrazione dall’impegno scolastico, ma il risultato non è stato positivo e Riccardo ha avuto una brusca caduta dell’umore.

Hanno mantenuto ugualmente il punto fino al miglioramento scolastico e gli hanno restituito il videogioco, di nuovo si è verificata un’immersione morbosa nel gioco e un nuovo peggioramento scolastico. L’hanno tolta di nuovo, altra caduta dell’umore.

Il padre di Pietro, secondo liceo, è preoccupato perché il ragazzo nell’ultimo anno ha avuto un forte calo nel rendimento scolastico e un marcato ritiro sociale, sembra poco interessato agli amici reali, e molto a suo agio con gli amici virtuali, rimane volentieri a casa a giocare in rete.

Non gli sembra neanche suo figlio che era sempre pronto ad uscire. Secondo lui dipende dal videogioco.

E’ facile attribuire ai videogiochi, alla tecnologia e alla rete i problemi che si osservano nei ragazzi. I genitori più diffidenti non hanno un’idea di cosa essi facciano mentre sono concentrati sul cellulare, o sulla consolle e tendono a giudicare il tutto come un’unica attività e dannosa.

Nello smartphone, per dirne uno, c’è tutto: la radio, la televisione, la rete, i libri, i video e tutti gli spazi social in cui possono incontrare gli amici e chattare con loro.

Il cellulare è ritenuto oggi uno strumento utile anche ai fini didattici, molti insegnanti invitano gli alunni a visitare siti o pagine tematiche in classe, durante la lezione; a casa spesso lo consultano mentre fanno i compiti per ricercare materiali, fare traduzioni, ecc…

Certi genitori “più moderni” hanno invece con la tecnologia lo stesso rapporto che rimproverano ai figli, e sembrano poco attendibili quando li biasimano perché trascorrono troppo tempo in rete.

E’ importante trovare il tempo giusto da dedicare al digitale e aiutare i figli a regolarsi, ma è anche importante capire quale è il motivo quando questo risulta difficile da mettere in pratica.

Alberto, Riccardo e Pietro, presentano comportamenti simili, tutti sono molto assorbiti dal gioco che diventa la causa di tutto. Spesso però le cose sono più complesse e il videogioco più che la causa, è la forma che assume il disagio, il sintomo di un problema più ampio e come tale può essere una porta di accesso per la comprensione di ciò che ne sta alla base.

Non si nega che un’immersione massiccia nel gioco può avere ripercussioni negative, ma per fare interventi costruttivi è importante comprenderne il significato che assume per il giocatore, soffermarsi sugli aspetti positivi dell’utilizzo del videogioco.

Alberto ha rapporti insoddisfacenti con i compagni di classe. Mentre parliamo il genitore riconosce che le cose sono peggiorate quando Alberto ha vissuto una delusione, uno dei compagni con cui era entrato più in confidenza, ha poi raccontato i fatti suoi agli altri, ad Alberto è sembrato un tradimento.

In un secondo momento ottengo altre informazioni dagli insegnanti: Alberto nello stesso periodo ha avuto anche contrasti con due ragazzi del quarto anno. Forse è successo anche qualche cosa in famiglia, ma il padre non ricorda.

Nel ricostruire la storia della fuga nel videogioco, non va cercato un unico evento, che potrebbe anche esserci, ma una concomitanza di eventi. Immaginiamo il contesto in cui emerge un disagio, come un puzzle in cui ogni tessera ha il suo valore e concorre alla costruzione dell’immagine, nel nostro caso del disagio.

Alberto ha avuto problemi all’ingresso al liceo, è stato difficile per lui legare con i nuovi compagni perché tutti molto impegnati, chi con il calcio, chi con altri sport, non ha trovato lo spazio e la considerazione che si sarebbe aspettato. Alla scuola media invece era molto considerato.

Giocare in rete, sentire di appartenere alla comunità virtuale del gioco e lì interagire e costruirsi un ruolo, rappresenta un divertimento, ma anche un tentativo di soluzione alle frustrazioni nel mondo reale.

Molti genitori ritengono che la cosa migliore quando i ragazzi sono troppo presi dal gioco sia toglierglielo. Ma se si interviene senza aver capito qual è la funzione del videogioco, si rischia di stimolare reazioni difficili da gestire e di lasciare il ragazzo senza strumenti per fronteggiare/compensare il disagio che ne è all’origine.

E’ quello che è successo a Riccardo – le brusche cadute dell’umore – quando gli è stata tolta la consolle. Lui è bravo nel gioco, ha acquisito prestigio nella comunità virtuale. Mentre in quella reale ha qualche difficoltà: non esce con i compagni di classe, ha lasciato il basket perché non si trovava più bene nel gruppo. Secondo la madre, se con il videogioco sta compensando qualcosa, questo è il sentimento di inadeguatezza per il suo aspetto fisico, non è molto alto e ha le imperfezioni tipiche del momento di crescita.

Riccardo non va di solito a casa degli altri anche se è invitato. In realtà non ha molta libertà dalla famiglia, non gli è consentito uscire la sera, mentre i suoi compagni hanno molta libertà. Loro si incontrano, vanno in giro, così Riccardo rimane indietro nelle relazioni. I genitori hanno paura a lasciarlo più libero. Nel gioco invece può muoversi come vuole. Quando sua madre glielo ha sequestrato per l’ennesima volta, contrariamente alle volte precedenti, ha avuto una reazione violenta, ha sentito minacciata la sua libertà virtuale.

Pietro invece si ritrova in un indirizzo di studio che non gli appartiene, lui avrebbe scelto le scienze umane, ma non era approvato dalla famiglia. Suo padre e sua madre sono separati in casa e la madre soffre di un non ben identificato disturbo psichico. Pietro ha anche una serie di problemi legati alla crescita, ha l’acne, l’apparecchio per i denti. il suo senso di proponibilità sociale è piuttosto basso. Rifugiarsi nel videogioco rappresenta un’evasione dal disagio della sua realtà familiare, scolastica, e dai sentimenti di inadeguatezza .

Mentre gioca invece si sente un grande, ma più si sente grande in rete, più aumenta il sentimento di inadeguatezza fuori. Ad un certo punto ha esagerato, per aumentare il punteggio e rafforzare la sua autostima virtuale ha cercato delle scorciatoie ed è stato squalificato, dovrà stare fermo per un po’.

L’eccessivo utilizzo dei videogiochi da parte dei ragazzi, sembra un tentativo di soluzione delle crisi personali. Alla base delle evasioni virtuali di Alberto, Riccardo e Pietro ci sono le rispettive frustrazioni reali e i sentimenti che riescono a provare nel gioco li sostengono nella vita reale.

Bisogna riconoscere che i nuovi videogiochi sono irresistibili anche per chi non vive grandi frustrazioni. Studiati e costruiti con grande cura, hanno molti strumenti per coinvolgere un giocatore e stimolare quello che viene chiamato l’effetto flow, cioè l’assorbimento totale nel gioco.

I videogiochi coinvolgono in comportamenti che fanno già parte delle nostre abitudini. Nella vita quotidiana è pratica comune, a prescindere dal sesso e dall’età, immaginare di essere qualcun altro: i bambini nei loro giochi, gli attori su un palco o davanti all’obiettivo di una telecamera. Chi ha un po’ di immaginazione mette in pratica quello che rappresenta un gioco identitario.

Le realtà̀ virtuali e in particolare i videogiochi hanno aperto una nuova affascinante frontiera per la conoscenza, la sperimentazione e il gioco di se stessi: tale opportunità̀ offerta dalla tecnologia videoludica segue di pari passo l’evoluzione strettamente tecnica e grafica dei prodotti e dei dispositivi, nel senso che i videogiochi, dai primi prodotti costituiti da simboli e luci, hanno presto cominciato ad acquisire importanti connotazioni narrative. Si sono trasformati in storie, fatte di personaggi, ambienti, incontri, emozioni e colpi di scena. Questo li rende indubbiamente molto attraenti.

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Adolescenza: la costruzione dell’amore tra ragazzi (Parte seconda)

Adolescenza: la costruzione dell’amore tra ragazzi (Parte seconda)

 

(segue)

Una volta vicini
Anche un volta che sia stato superato il problema del primo contatto molti ragazzi e molte ragazze si sentono insicuri quando si trovano in compagnia di un coetaneo dell’altro sesso. Pensano di non sapere cosa dire, hanno paura di annoiare, si chiedono se il/la partner lo/la troverà attraente, cosa si aspetta e così via. Così molte delle energie vengono impegnate nel non far vedere questa insicurezza per paura di essere giudicati male, magari presi in giro o derisi. Se uno dei due risponde in maniera indefinita all’approccio non si sa come andare avanti.
Sono incertezze che tendono a diminuire man a mano che si acquisisce maggiore esperienza. Alle prime armi si tende a lasciar perdere interpretando l’incertezza dell’altro come un rifiuto, andando avanti invece si può capire che un’incertezza può significare anche altre cose: che l’altrol’altra non è pronto/a per una storia, oppure che non si aspettava l’approccio in quel momento, che ha bisogno di più tempo, ecc…..
L’appoggio del gruppo di amici è importante, ci si stimola a vicenda, ci si può aiutare per organizzare incontri con la persona che interessa, si può parlare delle proprie esperienze così che ognuno può imparare qualcosa anche dall’esperienza dell’altro e soprattutto ci si può appoggiare così che ad un’esperienza andata male non si dia troppa importanza.

Fino a dove spingersi?
Quando due ragazzi poi cominciano a flirtare si chiedono fino a che punto vogliono spingersi con il partner.
Sia il ragazzo che la ragazza tendono a fare le loro esplorazioni sessuali con partner più grandi, nelle ragazze più facilmente con un partner con cui hanno già un rapporto sentimentale.
La scelta del partner
Nel periodo adolescenziale la scelta viene fatta soprattutto in base all’aspetto esteriore del partner, che non significa necessariamente o soltanto aspetto fisico: tutti o almeno molti sono attratti dal ragazzo leader o dalla ragazza più carina della classe.
Essendo un periodo di grandi insicurezze per tanti motivi, non solo perché caratterizzato dalla sperimentazione su tanti campi sociali, la convalida esterna attraverso le doti pubblicamente riconosciute dell’altro può aiutare a compensare le proprie insicurezze. Il modo in cui si è visti dagli altri (per esempio come una bella coppia) fornisce un potente senso di conferma sul piano personale.
Nei rapporti confermanti, è importante che l’altro non sia troppo disponibile. Più è difficile da raggiungere, più risulta confermante. Rapporti di questo tipo tendono a durare poco e ad essere sostituiti, da rapporti con persone che meglio si adattano alle proprie caratteristiche personali.

Quando si sceglie un ragazzo o una ragazza in base alle conferme che il rapporto può fornire agli occhi degli altri (cioè se il rapporto permette di sentirsi considerati perché si sta con una persona che viene considerata), ci si sentirà sempre un pò inadeguati. Se si scelgono continuamente ragazzi o ragazze che fanno apparire straordinari prima o poi ci si sentirà annoiati o frustrati. E allora dopo un pò la storia finisce. Finché durano però non c’è niente di male nel lasciare che un rapporto aiuti a sentirsi più a proprio agio con se stessi mettendo in rilievo pregi che magari non si pensava di avere, alimentando così la propria autostima.
Perciò durante l’adolescenza e la prima giovinezza è più facile che i rapporti siano molti e relativamente brevi e che servano soprattutto a conoscere e maturare e a sapere chi si è in relazione agli altri.

La fine del primo rapporto
I primi rapporti finiscono perché uno dei due trova un altro partner che offre conferme maggiori (per esempio è più bello/bella), oppure perché uno dei due arriva prima alla fase successiva e comincia a desiderare un partner con cui ha più affinità. Succede che uno dei due prenda l’iniziativa e l’altro si trovi a subirla senza essere ancora pronto per il passo successivo. In questo caso ne risulta una sofferenza e un senso di disconferma. A questo punto la persona lasciata può cercare un altro rapporto confermante che compensi lo smacco subìto oppure che si tenga lontano dai rapporti affettivi, almeno per un pò, per paura di soffrire ancora, oppure che stabilisca un rapporto con un ragazzo o una ragazza che non ha nessuna delle caratteristiche confermanti o del partner ideale, ma con cui instaura un rapporto affettuoso che in questo modo svolge una funzione terapeutica per la ferita subita. Sono rapporti che durano il tempo necessario a curare la sofferenza.
Il primo rapporto importante è stato e sarà causa di sofferenza per la maggior parte degli adolescenti. Appena finisce sembra che il resto non abbia più importanza che non si riuscirà più a trovare un altro ragazzo o un’altra ragazza di cui si è così innamorati. L’esperienza dimostra poi che non è così.

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L’Adolescenza e la costruzione dell’amore tra ragazzi (prima parte)

L’Adolescenza e la costruzione dell’amore tra ragazzi (prima parte)

Una fase sperimentale

Per i rapporti di coppia l’adolescenza è un periodo di sperimentazione, caratterizzato dalla tendenza a provare e riprovare, in situazioni in cui per mancanza di esperienza le cose spesso non vanno bene al primo tentativo. Le delusioni sentimentali sono abbastanza frequenti.

Le ragazze entrano in media due anni prima dei ragazzi nella formazione sociale del gruppo e orientano i loro interessi di tipo affettivo e sessuale su ragazzi che hanno qualche anno più di loro.

Partecipare alla vita di gruppo permette di imparare e perfezionare la capacità di mettersi in relazione con coetanei dell’altro sesso e di provare ad entrare in rapporto con loro a vari livelli: dalla conversazione, alla battuta scherzosa, all’attenzione affettuosa, al corteggiamento.

Si comincia a sperimentarli senza esporsi troppo dato che si sta in gruppo.

E’ nel gruppo che di solito nasce il primo rapporto sentimentale, che può intensificarsi fino a che i due formano una coppia fissa che si frequenta anche al di fuori del gruppo. Spesso l’esperienza è fatta insieme a un’altra coppia, i quattro decidono di ritrovarsi per stare insieme al cinema o per fare una gita, con la possibilità per le coppie poi di isolarsi, ma di tornare a fare gruppo se durante l’esperienza a due uno dei membri della coppia si trova in imbarazzo o in ansia e non riesce a fronteggiarli.

L’innamoramento

In questo periodo un importante momento preparatorio del processo di apprendimento sociale che stiamo descrivendo è costituito dal sognare e fantasticare sulla persona verso cui ci si sente attratti e nel guardwarla.

La maggior parte dei ragazzi e delle ragazze durante il tempo libero frequenta luoghi dove è più facile incontrare coetanei dell’altro sesso.

Ci sono luoghi dove il comportamento di approccio deve essere più esplicito, come i pub o le discoteche, situazioni dove l’approccio è più facile, come ad esempio nella squadra sportiva o nel gruppo, e luoghi in cui i contatti avvengono in modo quasi automatico, come a scuola.

Il primo approccio

Al primo approccio, tendenzialmente ci si aspetta che sia il ragazzo ad avvicinarsi, soprattutto nei pub o nelle discoteche, nei luoghi cioè più impersonali, anche se alcuni di loro, quelli che magari hanno un po’ più di paura a fare il primo passo, apprezzano che sia la ragazza ad avvicinarsi.

Alcuni ragazzi sentono particolarmente il peso del dover prendere l’iniziativa, hanno paura di non essere all’altezza, pensano che ci si aspetti molto da loro e possono reagire a queste pressioni manifestando atteggiamento bruschi. E’ un modo per superare l’imbarazzo e la vergogna.

Le tecnologie oggi intervengono in aiuto di questi ragazzi. Creano gruppi su whatsapp a cui sono sempre collegati. C’è un parallelismo dei gruppi che costruiscono e che frequentano nel mondo virtuale, con la frequentazione del gruppo reale. C’è un’affinità dei gruppi virtuali con i vecchi luoghi di ritrovo, per esempio la comitiva. Chi ha più difficoltà nel mondo reale può mettersi in contatto con la persona che interessa su whatsapp, esporsi di più e riuscire a fare dichiarazioni che di persona non riesce a fare, entrare in una maggiore intimità.

Il limite e le difficoltà personali però rimangano e quando ci si incontra non si riesce a mantenere lo stesso livello di intimità, così spesso queste relazioni non diventano reali, ma iniziano e finiscono su whatsapp o su qualche altro social.

La paura del rifiuto

Alla prime esperienze la paura di sbagliare è alta e si cerca di avere il maggior numero di informazioni sulla probabilità di successo dell’approccio: si cerca costantemente di osservare l’altro per capire se è interessato (se guarda, se si avvicina, se trova pretesti per parlare,….). Si chiede agli amici e ci si fa aiutare da loro: l’amico o l’amica vanno dal ragazzo o dalla ragazza che interessa e fanno da mediatore per scongiurare l’eventualità di un rifiuto che in questo momento peserebbe molto sull’autostima e sul proprio senso di proponibilità. Fare un buco nell’acqua sembra più drammatico (anche se più probabile) la prima volta, quando appunto si cominciano a valutare le proprie capacità di entrare in relazione con l’altro sesso, che non dopo, se e quando qualche successo ha rinforzato la propria autostima.

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INSEGNANTI E GENITORI: una guerra in corso?

INSEGNANTI E GENITORI: una guerra in corso?

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Identità genitoriali e valutazioni scolastiche

I genitori di Antonio sono arrabbiati con gli insegnanti del figlio, terzo anno di liceo scientifico: secondo loro lo perseguitano, lo riprendono in continuazione per il suo comportamento in classe, mentre lui dice di non fare niente di male.

L’insegnante di italiano è piuttosto insofferente al comportamento di Antonio. Il ragazzo non riesce a stare al suo posto e parla in continuazione con i compagni.

L’atteggiamento con cui si pone la famiglia nel rapporto con la scuola ha un ruolo importante nell’ambito delle dinamiche scolastiche e del progetto educativo sull’adolescente.

Vale la pena di aprire una parentesi sul profilo della coppia moderna che si trova oggi molto più spesso a gestire da sola il carico e le responsabilità della genitorialità. Gli attuali genitori si trovano a vivere esperienze nuove rispetto al passato. I disagi personali vissuti durante la propria crescita, le maggiori conoscenze della materia, i veloci cambiamenti sociali li hanno persuasi di non poter riproporre ai loro figli i valori o i modelli genitoriali che hanno vissuto loro stessi nella famiglia di origine.

Soprattutto la complessità della vita quotidiana nella società a cui apparteniamo, rende necessaria una notevole flessibilità e intercambiabilità di ruoli all’interno della famiglia: i padri tendono oggi a lasciare spazio in alcune delle aree che erano di loro esclusiva competenza, dedicandosi a quelle funzioni affettive che in passato erano delegate quasi totalmente alla figura materna. Le madri rinunciando in parte all’esclusività del rapporto con i figli hanno maggiori possibilità di realizzazione personale all’esterno della famiglia. Questo non senza difficoltà da parte di entrambe le figure.

I nuovi ruoli che si definiscono all’interno della famiglia moderna non implicano semplicemente che i genitori fanno cose diverse da prima, ma anche che gli attuali ruoli non sono sostenuti da modelli di riferimento con cui identificarsi, come invece avveniva in passato. I genitori di oggi risolvono il loro compito provando e riprovando, andando per tentativi ed errori. I modelli dei propri genitori sono considerati ormai inadeguati. Questo non avere punti di riferimento può avere riflessi negativi sul piano dell’identità genitoriale, che ne risulta più incerta.

Un’identità genitoriale incerta è certamente più fragile e vulnerabile, ha più difficoltà a mettere il limite tra il sé personale e quello dei figli, è meno propensa a confrontarsi con il mondo esterno, che può anche essere vissuto con diffidenza.

Cosa comporta questo nel rapporto tra scuola e famiglia? Alcuni fatti di cronaca avvenuti alla fine dello scorso anno scolastico, sono stati molto sottolineati dai media tanto da far pensare a un conflitto tra categorie. Ma è davvero così? È vero che è in corso una guerra tra genitori e insegnanti?

Se davvero ci fosse sarebbe una guerra tra poveri.

Quello che accade è che l’incertezza sul piano dell’identità genitoriale e l’ombra di diffidenza di cui parlavo prima può entrare nella scuola e condizionare il rapporto con gli insegnanti. È una diffidenza legata alla difficoltà di distinguere tra sé e figlio e soprattutto alla paura di essere indirettamente valutati. Questa diffidenza può essere superata solo se e quando il genitore sente, che il suo operato di genitore non sarà giudicato.

Il giudizio di un insegnante può essere all’origine di penose oscillazioni sul piano dell’identità genitoriale, probabilmente per questo a volte gli insegnanti vengono screditati e di fronte ad un loro giudizio critico il genitore tende a schierarsi dalla parte del figlio proteggendolo, proteggendo in fondo anche se stesso.

Il colloquio con un insegnante è un momento importante e delicato in cui il genitore può sentire in ballo l’adeguatezza o inadeguatezza del suo fare il padre o la madre.

D’altra parte gli insegnanti oggi devono continuamente argomentare e giustificare il loro giudizio su un alunno, non è più dato per buono di diritto e hanno spesso l’impressione di doversi difendere dalle accuse d’imparzialità e anche loro a volte possono sembrare diffidenti.

Ho assistito più volte a colloqui difficili tra insegnanti e genitori, i genitori hanno l’impressione che il proprio figlio venga perseguitato o non capito, gli insegnanti hanno l’impressione di doversi difendere dalle accuse: ognuno si irrigidisce su una posizione difensiva.

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IL PASSAGGIO ALLA SCUOLA SUPERIORE: Il Progetto ’Accoglienza

IL PASSAGGIO ALLA SCUOLA SUPERIORE: Il Progetto ’Accoglienza

L’inserimento alla scuola superiore costituisce un passaggio delicato, uno slalom tra curiosità e paura, un evento potenzialmente critico

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È ricominciata la scuola e per molti studenti c’è stato il passaggio alla scuola superiore, con tutte le problematiche che questo comporta.

Tanti stranieri, alcuni di seconda generazione, altri appena arrivati che non parlano l’italiano, a volte neanche lo capiscono. E’ una grande sfida per l’integrazione.

Gli istituti pubblicano la formazione delle classi sui loro siti e i ragazzi conoscono i nuovi compagni molto prima di incontrarli: li cercano sui social, si fanno un’idea dei volti che avranno e diventano amici di Facebook prima che compagni di classe, per lo meno quelli che hanno Facebook, cioè praticamente tutti.

Nonostante il vantaggio dei social, però, l’inserimento alla scuola superiore rimane un passaggio delicato, uno slalom tra curiosità e paura, un evento potenzialmente critico, in un periodo della vita considerato ad alto rischio per lo sviluppo di svariati quadri psicopatologici.

Sarebbe meglio che le cose iniziassero bene.

L’adolescente si trova inserito in un nuovo gruppo artificioso, la classe, imposto dagli adulti per motivi precisi, che rappresenterà per diverso tempo buona parte della sua realtà sociale, con dinamiche, problemi e potenzialità particolari, in grado di generare oscillazioni emotive intense, destabilizzanti.

Questo fattore di rischio spinge le Istituzioni alla ricerca di culture preventive mirate alla promozione della salute, salute intesa non come assenza di malattia ma come stato di benessere perpetuato attraverso lo sviluppo delle potenzialità personali e collettive, per esempio lo sviluppo di buone relazioni tra coetanei, con conseguente abbassamento del rischio di disagio.

Il liceo in cui lavoro è uno di questi istituti. Con l’obiettivo di favorire l’inserimento ha promosso il Progetto Accoglienza di cui mi occupo da diversi anni.

I Progetti Accoglienza prevedono un percorso di accompagnamento degli studenti del primo anno della scuola superiore, realizzato attraverso un gruppo di coetanei del quarto anno, preventivamente formati a questo scopo. A partire dal primo giorno di scuola e per alcuni giorni i primini vengono accolti in classe dai compagni più grandi che li stimolano e li sostengono nella conoscenza reciproca e nella costruzione del gruppo classe attraverso una serie di attività guidate, l’illustrazione delle novità della scuola superiore, la guida nel giro conoscitivo della scuola, ecc…

Il progetto Accoglienza utilizza strategie di Peer Education che si basano sull’importanza rappresentata dal rapporto con i pari nel periodo adolescenziale: l’adolescenza rappresenta un momento cruciale nel percorso di costruzione dell’identità personale, per i cambiamenti rapidi e vistosi che avvengono in questa fase e per la difficoltà a maneggiare le nuove capacità cognitive e riflessive e a gestire l’oscillazione tra spinta all’autonomia e mantenimento dell’attaccamento, il rapporto con i coetanei è uno dei pochi punti fermi.

La Peer Education è il risultato di un cambiamento epistemologico negli interventi di prevenzione e promozione della salute, avvenuto negli anni novanta. Prima c’era un esperto che insegnava e un alunno che passivamente riceveva. Il nuovo paradigma interviene nel gruppo attraverso alcuni suoi componenti, tiene conto cioè di alcuni aspetti importanti della rivoluzione adolescenziale: l’elemento centrale è la trasmissione orizzontale del sapere. Per essere in grado di governare il progressivo emergere del senso di solitudine epistemologica (Chandler 1975), l’adolescente deve continuamente porre il proprio senso di sé e della vita al centro della propria esperienza quotidiana: il nuovo paradigma considera l’adolescente proprio come soggetto attivo, in grado di costruire il proprio sviluppo e lo pone al centro degli interventi, in diritto di partecipare in modo attivo e consapevole alla propria formazione.

L’abbassamento dell’emotività consentito dall’esperienza dell’Accoglienza, favorisce l’inizio della reciprocità con i nuovi compagni e la costruzione del senso di appartenenza al nuovo gruppo. Si realizza così un modulo di prevenzione primaria che si basa sullo stare bene a scuola e consente di uscire dalla logica dell’emergenza che genera interventi solo di fronte a problematiche conclamate.

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Le problematiche scolastiche degli adolescenti immigrati

Le problematiche scolastiche degli adolescenti immigrati

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Quali sentimenti accompagnano gli adolescenti immigrati nei loro processi di integrazione?

Non Il fenomeno dell’immigrazione è in costante crescita nel nostro paese e la scuola superiore ormai accoglie immigrati di seconda generazione, ragazzi e ragazze figli di immigrati, nati in Italia o arrivati in Italia in tenera età. E’ facile imbattersi in ragazzi dai marcati tratti orientali o africani o sudamericani, che parlano con perfetto accento romano.

Accedono al Centro di Ascolto prevalentemente su pressione dagli insegnanti che vivono la difficoltà di aiutarli, come nel caso di Jian.

Jian ha 14 anni, ha concluso il primo anno di liceo, non è andato a vedere i quadri: è sicuro di non essere stato ammesso al secondo anno, ma non vuole vederlo scritto.

E’ nato a Roma ma i suoi genitori sono cinesi, a pochi mesi è stato mandato in Cina dai parenti perché i genitori, in Italia da molti anni, non potevano occuparsene, sono commercianti e lavorano entrambi tutto il giorno. Torna a Roma all’età di 6 anni.

Dopo qualche anno i genitori entrano in crisi, la casa diventa teatro di continui litigi in cui a volte il ragazzo è coinvolto, gli viene richiesto più o meno esplicitamente di schierarsi, ma Jian non sente nessuno dei due genitori come punto di riferimento: ha paura del padre che a volte alza le mani, e tiene a distanza la madre che quando litiga con il marito se la prende anche con Jian, non vuole nessuno dei due vicino.

Non ricorda molto del suo trascorso con i nonni, neanche il cinese, e non lo vuole imparare qui, i genitori parlano poco l’italiano, non hanno mai fatto niente per migliorarlo, se capitano discussioni ognuno parla nella lingua che conosce meglio.

Non è raro che adolescenti immigrati di seconda generazione ignorino la loro lingua madre e siano estranei, nello stesso tempo, al paese di origine e a quello di immigrazione.

Succede che l’adolescente immigrato vorrebbe integrarsi con la nuova cultura ma questo può provocare sentimenti di colpa per il desiderio di allontanarsi dalle tradizioni familiari e per il tradimento nei confronti dei genitori che hanno lasciato il loro paese, lavorano duramente per non far mancare nulla ai figli e cercano di mantenere le tradizioni culturali.

Per quanto riguarda Jian in verità lui si sente italiano, ma sente di non poter portare avanti questa identità e di non riuscire ad appartenere a nessun gruppo di italiani.

Jian ha brusche cadute dell’umore, frequenta la scuola in maniera discontinua, a volte è assente per giorni, non riesce a studiare e il suo rendimento scolastico lo conferma. Vorrebbe lasciare la scuola perché non sa per chi proseguirla, non ha un buon rapporto con i compagni, si sente ignorato, poco considerato, ha l’impressioni che gli altri non siano interessati a lui. Non condivide interessi con loro che di solito parlano di calcio, scuola e compiti, mentre lui è interessato ad altro. Evita di avvicinarsi per paura di essere respinto. Il sentimento di estraneità prevale. I compagni in verità non lo escludono, anzi vorrebbero coinvolgerlo, hanno provato più volte, l’aspettativa di Jian è massima e finisce che si esclude da solo.

Il suo percorso inizia in salita, con l’impossibilità di mantenere una continuità nella relazione di attaccamento, aspetto riconosciuto ormai come elemento di vulnerabilità del percorso evolutivo (Bowlby). Non poter costruire legami di attaccamento stabili nel primo periodo di vita esercita un ruolo sfavorevole sullo sviluppo della personalità. La consapevolezza di poter contare sulla protezione e il conforto della figura di attaccamento in caso di necessità, crea uno stato di sicurezza emotiva da cui è possibile partire per l’esplorazione del mondo esterno e del proprio mondo interno. Possiamo perciò immaginare quali conseguenze può avere il mancato consolidamento di un legame di attaccamento. Jian è stato qualche mese con i genitori, poi è stato mandato in Cina, e si ricongiunge con loro quando ormai è passato troppo tempo per ricostruire il vecchio legame, un attaccamento sostitutivo era stato probabilmente ricostruito con i parenti con cui ha vissuto nei primi anni e da cui è stato separato. Ha perciò dovuto affrontare due passaggi importanti. I suoi genitori, poi, sono tutt’altro che stabili, date le pressanti problematiche lavorative ed economiche, quando non di coppia, che devono quotidianamente affrontare.

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