L’Adolescenza e la costruzione dell’amore tra ragazzi (prima parte)

L’Adolescenza e la costruzione dell’amore tra ragazzi (prima parte)

Una fase sperimentale

Per i rapporti di coppia l’adolescenza è un periodo di sperimentazione, caratterizzato dalla tendenza a provare e riprovare, in situazioni in cui per mancanza di esperienza le cose spesso non vanno bene al primo tentativo. Le delusioni sentimentali sono abbastanza frequenti.

Le ragazze entrano in media due anni prima dei ragazzi nella formazione sociale del gruppo e orientano i loro interessi di tipo affettivo e sessuale su ragazzi che hanno qualche anno più di loro.

Partecipare alla vita di gruppo permette di imparare e perfezionare la capacità di mettersi in relazione con coetanei dell’altro sesso e di provare ad entrare in rapporto con loro a vari livelli: dalla conversazione, alla battuta scherzosa, all’attenzione affettuosa, al corteggiamento.

Si comincia a sperimentarli senza esporsi troppo dato che si sta in gruppo.

E’ nel gruppo che di solito nasce il primo rapporto sentimentale, che può intensificarsi fino a che i due formano una coppia fissa che si frequenta anche al di fuori del gruppo. Spesso l’esperienza è fatta insieme a un’altra coppia, i quattro decidono di ritrovarsi per stare insieme al cinema o per fare una gita, con la possibilità per le coppie poi di isolarsi, ma di tornare a fare gruppo se durante l’esperienza a due uno dei membri della coppia si trova in imbarazzo o in ansia e non riesce a fronteggiarli.

L’innamoramento

In questo periodo un importante momento preparatorio del processo di apprendimento sociale che stiamo descrivendo è costituito dal sognare e fantasticare sulla persona verso cui ci si sente attratti e nel guardwarla.

La maggior parte dei ragazzi e delle ragazze durante il tempo libero frequenta luoghi dove è più facile incontrare coetanei dell’altro sesso.

Ci sono luoghi dove il comportamento di approccio deve essere più esplicito, come i pub o le discoteche, situazioni dove l’approccio è più facile, come ad esempio nella squadra sportiva o nel gruppo, e luoghi in cui i contatti avvengono in modo quasi automatico, come a scuola.

Il primo approccio

Al primo approccio, tendenzialmente ci si aspetta che sia il ragazzo ad avvicinarsi, soprattutto nei pub o nelle discoteche, nei luoghi cioè più impersonali, anche se alcuni di loro, quelli che magari hanno un po’ più di paura a fare il primo passo, apprezzano che sia la ragazza ad avvicinarsi.

Alcuni ragazzi sentono particolarmente il peso del dover prendere l’iniziativa, hanno paura di non essere all’altezza, pensano che ci si aspetti molto da loro e possono reagire a queste pressioni manifestando atteggiamento bruschi. E’ un modo per superare l’imbarazzo e la vergogna.

Le tecnologie oggi intervengono in aiuto di questi ragazzi. Creano gruppi su whatsapp a cui sono sempre collegati. C’è un parallelismo dei gruppi che costruiscono e che frequentano nel mondo virtuale, con la frequentazione del gruppo reale. C’è un’affinità dei gruppi virtuali con i vecchi luoghi di ritrovo, per esempio la comitiva. Chi ha più difficoltà nel mondo reale può mettersi in contatto con la persona che interessa su whatsapp, esporsi di più e riuscire a fare dichiarazioni che di persona non riesce a fare, entrare in una maggiore intimità.

Il limite e le difficoltà personali però rimangano e quando ci si incontra non si riesce a mantenere lo stesso livello di intimità, così spesso queste relazioni non diventano reali, ma iniziano e finiscono su whatsapp o su qualche altro social.

La paura del rifiuto

Alla prime esperienze la paura di sbagliare è alta e si cerca di avere il maggior numero di informazioni sulla probabilità di successo dell’approccio: si cerca costantemente di osservare l’altro per capire se è interessato (se guarda, se si avvicina, se trova pretesti per parlare,….). Si chiede agli amici e ci si fa aiutare da loro: l’amico o l’amica vanno dal ragazzo o dalla ragazza che interessa e fanno da mediatore per scongiurare l’eventualità di un rifiuto che in questo momento peserebbe molto sull’autostima e sul proprio senso di proponibilità. Fare un buco nell’acqua sembra più drammatico (anche se più probabile) la prima volta, quando appunto si cominciano a valutare le proprie capacità di entrare in relazione con l’altro sesso, che non dopo, se e quando qualche successo ha rinforzato la propria autostima.

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INSEGNANTI E GENITORI: una guerra in corso?

INSEGNANTI E GENITORI: una guerra in corso?

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Identità genitoriali e valutazioni scolastiche

I genitori di Antonio sono arrabbiati con gli insegnanti del figlio, terzo anno di liceo scientifico: secondo loro lo perseguitano, lo riprendono in continuazione per il suo comportamento in classe, mentre lui dice di non fare niente di male.

L’insegnante di italiano è piuttosto insofferente al comportamento di Antonio. Il ragazzo non riesce a stare al suo posto e parla in continuazione con i compagni.

L’atteggiamento con cui si pone la famiglia nel rapporto con la scuola ha un ruolo importante nell’ambito delle dinamiche scolastiche e del progetto educativo sull’adolescente.

Vale la pena di aprire una parentesi sul profilo della coppia moderna che si trova oggi molto più spesso a gestire da sola il carico e le responsabilità della genitorialità. Gli attuali genitori si trovano a vivere esperienze nuove rispetto al passato. I disagi personali vissuti durante la propria crescita, le maggiori conoscenze della materia, i veloci cambiamenti sociali li hanno persuasi di non poter riproporre ai loro figli i valori o i modelli genitoriali che hanno vissuto loro stessi nella famiglia di origine.

Soprattutto la complessità della vita quotidiana nella società a cui apparteniamo, rende necessaria una notevole flessibilità e intercambiabilità di ruoli all’interno della famiglia: i padri tendono oggi a lasciare spazio in alcune delle aree che erano di loro esclusiva competenza, dedicandosi a quelle funzioni affettive che in passato erano delegate quasi totalmente alla figura materna. Le madri rinunciando in parte all’esclusività del rapporto con i figli hanno maggiori possibilità di realizzazione personale all’esterno della famiglia. Questo non senza difficoltà da parte di entrambe le figure.

I nuovi ruoli che si definiscono all’interno della famiglia moderna non implicano semplicemente che i genitori fanno cose diverse da prima, ma anche che gli attuali ruoli non sono sostenuti da modelli di riferimento con cui identificarsi, come invece avveniva in passato. I genitori di oggi risolvono il loro compito provando e riprovando, andando per tentativi ed errori. I modelli dei propri genitori sono considerati ormai inadeguati. Questo non avere punti di riferimento può avere riflessi negativi sul piano dell’identità genitoriale, che ne risulta più incerta.

Un’identità genitoriale incerta è certamente più fragile e vulnerabile, ha più difficoltà a mettere il limite tra il sé personale e quello dei figli, è meno propensa a confrontarsi con il mondo esterno, che può anche essere vissuto con diffidenza.

Cosa comporta questo nel rapporto tra scuola e famiglia? Alcuni fatti di cronaca avvenuti alla fine dello scorso anno scolastico, sono stati molto sottolineati dai media tanto da far pensare a un conflitto tra categorie. Ma è davvero così? È vero che è in corso una guerra tra genitori e insegnanti?

Se davvero ci fosse sarebbe una guerra tra poveri.

Quello che accade è che l’incertezza sul piano dell’identità genitoriale e l’ombra di diffidenza di cui parlavo prima può entrare nella scuola e condizionare il rapporto con gli insegnanti. È una diffidenza legata alla difficoltà di distinguere tra sé e figlio e soprattutto alla paura di essere indirettamente valutati. Questa diffidenza può essere superata solo se e quando il genitore sente, che il suo operato di genitore non sarà giudicato.

Il giudizio di un insegnante può essere all’origine di penose oscillazioni sul piano dell’identità genitoriale, probabilmente per questo a volte gli insegnanti vengono screditati e di fronte ad un loro giudizio critico il genitore tende a schierarsi dalla parte del figlio proteggendolo, proteggendo in fondo anche se stesso.

Il colloquio con un insegnante è un momento importante e delicato in cui il genitore può sentire in ballo l’adeguatezza o inadeguatezza del suo fare il padre o la madre.

D’altra parte gli insegnanti oggi devono continuamente argomentare e giustificare il loro giudizio su un alunno, non è più dato per buono di diritto e hanno spesso l’impressione di doversi difendere dalle accuse d’imparzialità e anche loro a volte possono sembrare diffidenti.

Ho assistito più volte a colloqui difficili tra insegnanti e genitori, i genitori hanno l’impressione che il proprio figlio venga perseguitato o non capito, gli insegnanti hanno l’impressione di doversi difendere dalle accuse: ognuno si irrigidisce su una posizione difensiva.

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IL PASSAGGIO ALLA SCUOLA SUPERIORE: Il Progetto ’Accoglienza

IL PASSAGGIO ALLA SCUOLA SUPERIORE: Il Progetto ’Accoglienza

L’inserimento alla scuola superiore costituisce un passaggio delicato, uno slalom tra curiosità e paura, un evento potenzialmente critico

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È ricominciata la scuola e per molti studenti c’è stato il passaggio alla scuola superiore, con tutte le problematiche che questo comporta.

Tanti stranieri, alcuni di seconda generazione, altri appena arrivati che non parlano l’italiano, a volte neanche lo capiscono. E’ una grande sfida per l’integrazione.

Gli istituti pubblicano la formazione delle classi sui loro siti e i ragazzi conoscono i nuovi compagni molto prima di incontrarli: li cercano sui social, si fanno un’idea dei volti che avranno e diventano amici di Facebook prima che compagni di classe, per lo meno quelli che hanno Facebook, cioè praticamente tutti.

Nonostante il vantaggio dei social, però, l’inserimento alla scuola superiore rimane un passaggio delicato, uno slalom tra curiosità e paura, un evento potenzialmente critico, in un periodo della vita considerato ad alto rischio per lo sviluppo di svariati quadri psicopatologici.

Sarebbe meglio che le cose iniziassero bene.

L’adolescente si trova inserito in un nuovo gruppo artificioso, la classe, imposto dagli adulti per motivi precisi, che rappresenterà per diverso tempo buona parte della sua realtà sociale, con dinamiche, problemi e potenzialità particolari, in grado di generare oscillazioni emotive intense, destabilizzanti.

Questo fattore di rischio spinge le Istituzioni alla ricerca di culture preventive mirate alla promozione della salute, salute intesa non come assenza di malattia ma come stato di benessere perpetuato attraverso lo sviluppo delle potenzialità personali e collettive, per esempio lo sviluppo di buone relazioni tra coetanei, con conseguente abbassamento del rischio di disagio.

Il liceo in cui lavoro è uno di questi istituti. Con l’obiettivo di favorire l’inserimento ha promosso il Progetto Accoglienza di cui mi occupo da diversi anni.

I Progetti Accoglienza prevedono un percorso di accompagnamento degli studenti del primo anno della scuola superiore, realizzato attraverso un gruppo di coetanei del quarto anno, preventivamente formati a questo scopo. A partire dal primo giorno di scuola e per alcuni giorni i primini vengono accolti in classe dai compagni più grandi che li stimolano e li sostengono nella conoscenza reciproca e nella costruzione del gruppo classe attraverso una serie di attività guidate, l’illustrazione delle novità della scuola superiore, la guida nel giro conoscitivo della scuola, ecc…

Il progetto Accoglienza utilizza strategie di Peer Education che si basano sull’importanza rappresentata dal rapporto con i pari nel periodo adolescenziale: l’adolescenza rappresenta un momento cruciale nel percorso di costruzione dell’identità personale, per i cambiamenti rapidi e vistosi che avvengono in questa fase e per la difficoltà a maneggiare le nuove capacità cognitive e riflessive e a gestire l’oscillazione tra spinta all’autonomia e mantenimento dell’attaccamento, il rapporto con i coetanei è uno dei pochi punti fermi.

La Peer Education è il risultato di un cambiamento epistemologico negli interventi di prevenzione e promozione della salute, avvenuto negli anni novanta. Prima c’era un esperto che insegnava e un alunno che passivamente riceveva. Il nuovo paradigma interviene nel gruppo attraverso alcuni suoi componenti, tiene conto cioè di alcuni aspetti importanti della rivoluzione adolescenziale: l’elemento centrale è la trasmissione orizzontale del sapere. Per essere in grado di governare il progressivo emergere del senso di solitudine epistemologica (Chandler 1975), l’adolescente deve continuamente porre il proprio senso di sé e della vita al centro della propria esperienza quotidiana: il nuovo paradigma considera l’adolescente proprio come soggetto attivo, in grado di costruire il proprio sviluppo e lo pone al centro degli interventi, in diritto di partecipare in modo attivo e consapevole alla propria formazione.

L’abbassamento dell’emotività consentito dall’esperienza dell’Accoglienza, favorisce l’inizio della reciprocità con i nuovi compagni e la costruzione del senso di appartenenza al nuovo gruppo. Si realizza così un modulo di prevenzione primaria che si basa sullo stare bene a scuola e consente di uscire dalla logica dell’emergenza che genera interventi solo di fronte a problematiche conclamate.

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Le problematiche scolastiche degli adolescenti immigrati

Le problematiche scolastiche degli adolescenti immigrati

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Quali sentimenti accompagnano gli adolescenti immigrati nei loro processi di integrazione?

Non Il fenomeno dell’immigrazione è in costante crescita nel nostro paese e la scuola superiore ormai accoglie immigrati di seconda generazione, ragazzi e ragazze figli di immigrati, nati in Italia o arrivati in Italia in tenera età. E’ facile imbattersi in ragazzi dai marcati tratti orientali o africani o sudamericani, che parlano con perfetto accento romano.

Accedono al Centro di Ascolto prevalentemente su pressione dagli insegnanti che vivono la difficoltà di aiutarli, come nel caso di Jian.

Jian ha 14 anni, ha concluso il primo anno di liceo, non è andato a vedere i quadri: è sicuro di non essere stato ammesso al secondo anno, ma non vuole vederlo scritto.

E’ nato a Roma ma i suoi genitori sono cinesi, a pochi mesi è stato mandato in Cina dai parenti perché i genitori, in Italia da molti anni, non potevano occuparsene, sono commercianti e lavorano entrambi tutto il giorno. Torna a Roma all’età di 6 anni.

Dopo qualche anno i genitori entrano in crisi, la casa diventa teatro di continui litigi in cui a volte il ragazzo è coinvolto, gli viene richiesto più o meno esplicitamente di schierarsi, ma Jian non sente nessuno dei due genitori come punto di riferimento: ha paura del padre che a volte alza le mani, e tiene a distanza la madre che quando litiga con il marito se la prende anche con Jian, non vuole nessuno dei due vicino.

Non ricorda molto del suo trascorso con i nonni, neanche il cinese, e non lo vuole imparare qui, i genitori parlano poco l’italiano, non hanno mai fatto niente per migliorarlo, se capitano discussioni ognuno parla nella lingua che conosce meglio.

Non è raro che adolescenti immigrati di seconda generazione ignorino la loro lingua madre e siano estranei, nello stesso tempo, al paese di origine e a quello di immigrazione.

Succede che l’adolescente immigrato vorrebbe integrarsi con la nuova cultura ma questo può provocare sentimenti di colpa per il desiderio di allontanarsi dalle tradizioni familiari e per il tradimento nei confronti dei genitori che hanno lasciato il loro paese, lavorano duramente per non far mancare nulla ai figli e cercano di mantenere le tradizioni culturali.

Per quanto riguarda Jian in verità lui si sente italiano, ma sente di non poter portare avanti questa identità e di non riuscire ad appartenere a nessun gruppo di italiani.

Jian ha brusche cadute dell’umore, frequenta la scuola in maniera discontinua, a volte è assente per giorni, non riesce a studiare e il suo rendimento scolastico lo conferma. Vorrebbe lasciare la scuola perché non sa per chi proseguirla, non ha un buon rapporto con i compagni, si sente ignorato, poco considerato, ha l’impressioni che gli altri non siano interessati a lui. Non condivide interessi con loro che di solito parlano di calcio, scuola e compiti, mentre lui è interessato ad altro. Evita di avvicinarsi per paura di essere respinto. Il sentimento di estraneità prevale. I compagni in verità non lo escludono, anzi vorrebbero coinvolgerlo, hanno provato più volte, l’aspettativa di Jian è massima e finisce che si esclude da solo.

Il suo percorso inizia in salita, con l’impossibilità di mantenere una continuità nella relazione di attaccamento, aspetto riconosciuto ormai come elemento di vulnerabilità del percorso evolutivo (Bowlby). Non poter costruire legami di attaccamento stabili nel primo periodo di vita esercita un ruolo sfavorevole sullo sviluppo della personalità. La consapevolezza di poter contare sulla protezione e il conforto della figura di attaccamento in caso di necessità, crea uno stato di sicurezza emotiva da cui è possibile partire per l’esplorazione del mondo esterno e del proprio mondo interno. Possiamo perciò immaginare quali conseguenze può avere il mancato consolidamento di un legame di attaccamento. Jian è stato qualche mese con i genitori, poi è stato mandato in Cina, e si ricongiunge con loro quando ormai è passato troppo tempo per ricostruire il vecchio legame, un attaccamento sostitutivo era stato probabilmente ricostruito con i parenti con cui ha vissuto nei primi anni e da cui è stato separato. Ha perciò dovuto affrontare due passaggi importanti. I suoi genitori, poi, sono tutt’altro che stabili, date le pressanti problematiche lavorative ed economiche, quando non di coppia, che devono quotidianamente affrontare.

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