Viaggi di istruzione, mandare in gita i ragazzi più meritevoli non sarà una soluzione a costo zero

Viaggi di istruzione, mandare in gita i ragazzi più meritevoli non sarà una soluzione a costo zero

Ragazzi come Lorenzo, che si calano da un balcone per evadere un divieto, accidentalmente cadono e si fanno male, sono l’incubo degli insegnanti che li accompagnano in gita. Loro (gli insegnanti), si prendono una grande responsabilità verso i ragazzi, verso le loro famiglie, verso la scuola. Anche se hanno fatto tutto quello che potevano, vivono un comprensibile senso di responsabilità e di colpa quando accade qualcosa, che condizionerà il rapporto futuro con le gite, fino a tenerli lontani da successivi accompagnamenti.

Con la vicenda di Lorenzo viene di mano approvare o per lo meno interpretare in maniera diversa la decisione del Consiglio d’Istituto della Scuola Media Ferrari di Massa di selezionare gli studenti che avranno diritto di partecipare al viaggio di istruzione in base al voto di condotta, visti i pochi insegnanti accompagnatori disponibili rispetto agli studenti prenotati, e la necessità quindi di lasciare alcuni di loro a casa.

Le scuole in realtà hanno sempre adottato questo criterio di selezione per le gite, non per necessità di numeri, ma generalmente per punire gli studenti indisciplinati e prevenire i rischi a questi legati. Ma la decisione della scuola di Massa ha comunque scatenato molte polemiche e messo a confronto pareri discordi. C’è chi sostiene la decisione della scuola perché ritiene che la gita debba essere considerata alla stregua di un premio, un rinforzo ai comportamenti ritenuti adeguati, e vede la selezione come un segnale educativo forte verso gli indisciplinati, oltre che un criterio utile per diminuire i rischi di non riuscire a gestirli in gita. Dall’altro lato c’è chi sostiene che la gita non è un premio ma una parte importante della didattica, un momento di istruzione, di socializzazione e di insegnamento di vita fuori dall’ambiente scolastico, che si pone perciò al di là del merito e dovrebbe essere accessibile a tutti senza esclusioni.

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Roma, Federica morta per choc anafilattico. La sua scomparsa toglie un po’ di futuro a tutti

Roma, Federica morta per choc anafilattico. La sua scomparsa toglie un po’ di futuro a tutti

Qualche giorno fa è morta una ragazza di 16 anni, Federica, che frequentava il terzo liceo nell’istituto dove ho lavorato per tanti anni. Devo averla incontrata Federica tre anni fa quando è arrivata a scuola e coordinavo il lavoro dei tutor per l’Accoglienza nelle prime classi. Sabato sera era uscita con la sua migliore amica e non è più tornata. Una crisi allergica dicono, forse per il miscuglio di shottini, mini cocktail, creme di frutta, che aveva bevuto durante la serata. Cose che fanno i ragazzi quando escono la sera, per allentare le tensioni, per lasciarsi un po’ andare, per farsi qualche risata in più. Poi dalle risate alla disperazione: si è accasciata a terra per la difficoltà respiratoria e sono stati inutili i tentativi degli amici di rianimarla. Forse tra le bevande qualche sostanza per lei proibita.

Ho saputo della tragedia da un’insegnante (e amica) con cui ho collaborato negli ultimi anni. Lei è ancora sotto shock, come anche tutti gli insegnanti del corso di Federica. Ancora di più lo sono i compagni di classe che anche dopo giorni non riescono a credere che sia accaduto davvero e che Federica in classe non tornerà più.  Tutti a scuola, i compagni, gli insegnanti, non si danno pace, per non aver saputo prevenire, per non averla saputa aiutare, per non averla saputa proteggere.

È difficile uscire dallo stato di torpore che spesso accompagna le notizie traumatiche. John Bowlby diceva che le emozioni più intense l’essere umano le vive mentre è impegnato nella costruzione, nel mantenimento ma soprattutto nella rottura (come lo è anche quella dovuta alla morte) dei legami affettivi. Separazioni e perdite sono le esperienze in cui facciamo più fatica a mantenere un senso di continuità personale. Per questo è tanto difficile affrontarle.

Per arrivare a questo c’è tutto un cammino da fare, tutto un percorso in cui rivivere tanti ricordi legati a chi se ne è andato e al rapporto che avevamo con lui (o lei). E allora come si può riprendere la quotidianità scolastica dopo un evento del genere, quando la sofferenza sovrasta qualsiasi logica di apprendimento? In effetti non si può. Non si può proseguire alcuna didattica senza dare spazio alla sofferenza, senza dare spazio alla condivisione dei sentimenti comuni di incredulità, di impotenza, di rabbia, di colpa per non averla saputa aiutare e per essere sopravvissuti: condivisione tra compagni, tra docenti, tra studenti e docenti. Non si può proseguire senza affrontare il tema della morte.

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Cani, perché ce ne innamoriamo. E perché possiamo esserne gelosi

Cani, perché ce ne innamoriamo. E perché possiamo esserne gelosi

Si può essere gelosi di un animale? La gelosia viene definita generalmente come un sentimento che nasce dal rischio reale o percepito di una minaccia per la relazione, di essere traditi e abbandonati dalla persona cara. Una gelosia contenuta protegge la relazione dalle insidie; una gelosia morbosa, ossessiva, può portare a gesti eccessivi, aggressivi e disperati. La gelosia può avere varie sfaccettature e per ognuno esprimere una preoccupazione diversa: così per qualcuno esprimerà il rischio di abbandono, per altri il rischio di perdere centralità nella relazione, di non sentirsi importante per il partner, per altri ancora di perdere nella competizione con un rivale.

La gelosia non è stimolata soltanto da potenziali rivali, ma da qualsiasi cosa distolga l’attenzione del/della partner da se stessi. E così anche un animale può diventare motivo di gelosia. È quello che probabilmente è successo al marito che ha gettato dal balcone i chihuahua della moglie a Chicago: deve aver identificato in loro l’unica causa dei suoi problemi coniugali ed eliminarli deve essergli sembrata la soluzione più ovvia e immediata. Sicuramente la più istintiva. Eliminare i cani per eliminare il problema e per infliggere sofferenza alla moglie colpevole di non offrire la giusta considerazione.

Un gesto violento, nei confronti di esseri più deboli, una soluzione concreta a un problema che ha ben altre origini. Al di là del significato personale che ogni gelosia assume, alla base c’è sempre un’insicurezza personale, un’incapacità relazionale, sentimenti di inadeguatezza e dubbi sulla propria amabilità, sentimenti che hanno origini antiche nella propria storia. Le gelosie più esplosivenon tengono conto dei sentimenti personali che le sostengono: vengono attribuite totalmente alle azioni degli altri con le reazioni violente che conosciamo.

Nella vicenda di Chicago non sappiamo all’interno di quale dinamica si sia inserito il gesto. Probabilmente l’uomo non accettava di non essere l’unico affetto della moglie. Non è un fatto isolato: altri partner, a quanto pare soprattutto uomini, hanno eliminato in modo brutale i piccoli rivali. Forse certi uomini, per niente consapevoli dei propri punti deboli, sono troppo presi da se stessi per accettare di dividere l’affetto della partner con qualcun altro, chiunque esso sia, e rischiare di sentirsi come messi in secondo piano. D’altra parte prendersi cura di un animale dà calore e affetto, aiuta a superare i momenti difficili e il rapporto con esso può diventare centrale.

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Cyberbullismo: le parole del papà di Carolina Picchio danno speranza

Cyberbullismo: le parole del papà di Carolina Picchio danno speranza

Il Tribunale per i minorenni di Torino ha dichiarato estinto il reato di cyberbullismo dei cinque ragazzi coinvolti nel suicidio di Carolina Picchio, 14 anni, avvenuto il 5 gennaio del 2013.

I ragazzi erano stati inseriti in un percorso di recupero che li ha portati a svolgere attività di aiuto e a intraprendere percorsi di consapevolezza e responsabilità che secondo le relazioni degli esperti hanno dato risultati positivi: tutti i ragazzi hanno capito di avere sbagliato. Staremo a vedere se in futuro darà loro ragione. Per adesso queste conclusioni confermano che è possibile il recupero e che è più funzionale della punizione.

E’ giusto dare alle persone che sbagliano un’altra possibilità soprattutto se sono giovani, immaturi e in grado di recuperare. Anche se quando si è direttamente colpiti, non è così facile offrirla.

Il padre di Carolina forse ci è riuscito nonostante tutto: “Carolina non me la restituirà nessuno, ma spero che i ragazzi che l’hanno perseguitata abbiano capito di aver commesso dei reati gravi e non solo delle ragazzate…”. In questi anni, deve aver avuto molto tempo per pensare, per accettare, per analizzare, per superare la disperazione, il senso di impotenza, di colpa (rispetto ai figli ci si sente sempre in colpa), di responsabilità, per non aver saputo capire, per non aver saputo prevenire.

In generale la morte di un ragazzo o di una ragazza colpisce tutti: è la perdita di tanti progetti futuri, l’inutilità di tanti sforzi passati. Quando poi un ragazzo si toglie la vita ci sentiamo, siamo, tutti responsabili: i bulli che perseguitano, i compagni che non difendono, gli adulti che non vedono, le vittime stesse che spesso non chiedono.

Perdere un figlio è inaccettabile, è una sofferenza che nessun genitore dovrebbe affrontare, ma quando accade, quello che si può fare per accettare di continuare a vivere, è trovare nella tragedia una speranza, qualcosa di positivo, è cercare di trasformarla, per quanto possibile, in qualcosa di costruttivo, è fare in modo che una perdita, ingiusta, anacronistica, non resti inutile, è trasformare il senso di impotenza in attività di aiuto, affinché certe cose non succedano ad altri, è trasformare la disperazione in qualsiasi cosa che faccia sentire ancora vicino alla figlia perduta, affinché questo dia un nuovo significato e un nuovo obiettivo alla vita cambiata.

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Psicofarmaco chiama altro psicofarmaco. La psicoterapia invece è un investimento su se stessi

Psicofarmaco chiama altro psicofarmaco. La psicoterapia invece è un investimento su se stessi

Nel suo libro La sospensione degli psicofarmaci Peter R. Breggin, psichiatra e ricercatore, spiega gli effetti collaterali degli psicofarmaci antidepressivi, antipsicotici, benzodiazepina, litio e il dubbio sull’effettiva utilità degli stessi.

E’ una questione che gli psicoterapeuti sostengono da sempre, osservandola quotidianamente nella pratica clinica.

Che gli psicofarmaci abbiano effetti iatrogeni non è una novità, i bugiardini degli stessi sono una lunga lista di evenienze possibili all’assunzione. Che gli effetti collaterali riguardino proprio i sintomi che questi dovrebbero risolvere è il paradosso messo in evidenza da sempre più numerose ricerche ultimamente. Non che anche questo non si sapesse da tempo, alcuni colleghi psichiatri e psicoterapeuti mi fanno presente che ai tempi della loro specializzazione venivano messi in guardia da docenti illuminati, sugli effetti degli psicofarmaci e esortati a procedere con cautela nelle prescrizioni.

Un buon uso degli psicofarmaci dovrebbe avere sempre l’obiettivo dimantenere la cura per il tempo strettamente necessario al paziente per prendere consapevolezza, attraverso percorsi psicoterapeutici, sull’origine della propria sofferenza emotiva e integrarla nel senso di identità personale in corso nel suo momento di vita.

E’ una caratteristica dei nostri tempi quella di essere intolleranti alla sofferenza, di escludere o non saper riconoscere certi stati emotivi che diventano sintomi, percepiti come un qualcosa di estraneo a sé; è una caratteristica dei nostri tempi quella di ricercare (il paziente) e prescrivere (il medico) medicine che diano l’illusione di poter smettere di soffrire senza sforzi e soprattutto senza farsi carico dei propri problemi.

La nostra vita è un susseguirsi di relazioni in cui costruiamo e sviluppiamo un’identità che ha caratteristiche di continuità e coerenza. L’emergenza di un sintomo, è un tentativo di mantenere nel cambiamento, un senso di continuità. L’esperienza della discontinuità, cioè quando ci succede e reagiamo in un modo che non ci saremmo aspettati da noi stessi, è un’esperienza perturbante di cui è necessario ricostruire il significato.

Le emozioni che consideriamo negative, non vanno curate (che di solito significa eliminate), ma utilizzate per costruire un cambiamento.

Il problema che si verifica con l’uso di psicofarmaci è che questi vanno ad attenuare le emozioni sgradevoli (e/o i sintomi che ne derivano) e con queste a confondere il percorso di comprensione e consapevolezza. Mentre la psicoterapia lavora in senso opposto.

Non voglio dire che la psicoterapia non abbia effetti collaterali, tutte le terapie comportano un rischio. Uno degli effetti collaterali di questa è la perdita di spontaneità verso se stessi e verso gli altri, non appena gli aspetti inconsapevoli entrano nella coscienza e diventano oggetto di attenzione. Per questo motivo si procede con cautela nell’intraprendere percorsi orientati ad aumentare la consapevolezza limitandosi alle aree che risultano critiche per la persona rispetto ai vissuti di sofferenza e al raggiungimento di obiettivi personali importanti.

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